World Press Photo, la mostra itinerante del 2022 torna al Palazzo delle Esposizioni di Roma in anteprima nazionale. La rassegna presenta le foto finaliste del concorso internazionale di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti. L’esposizione è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, promossa da Roma Culture e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography. Sarà visitabile dal 28 aprile al 12 giugno.

Per la 65° edizione le giurie hanno esaminato progetti inviati da 4.066 fotografi provenienti da 130 paesi per documentare gli eventi salienti del 2021. I quattro vincitori finali fanno capo a quattro categorie: Singole, Storie, Progetti a lungo termine e Open Format. E a sei zone del mondo: Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Sud Est asiatico e Oceania.

Chi sono i vincitori del World Press Photo 2022

Amber Bracken – fotografa canadese per il New York Times – è la vincitrice del World Press Photo of the year. La foto, intitolata Kamloops Indian Residential School, mostra una fila di abiti rossi appesi a croci di legno, in ricordo dei bambini indigeni e senza nome morti presso la scuola canadese. La foto è un silenzioso momento di resa dei conti. Le scuole residenziali furono aperte nell’Ottocento a seguito della politica di assimilazione forzata dei nativi nella cultura occidentale. Una Commissione per la verità e la riconciliazione ha concluso che almeno 4100 studenti morirono per maltrattamenti e abusi mentre frequentavano la Kamploops School.

Ad aggiudicarsi il premio World Press Photo Story of the Year è stato Matthew Abbott con Saving Forests with Fire, realizzato per National Geographic/Panos Pictures. Lo scatto racconta di come gli aborigeni australiani brucino strategicamente la terra, una pratica nota come cool burning, rimuovendo l’accumulo di residui vegetali e riducendo di conseguenza la CO2. Un esempio di giornalismo costruttivo, in grado di porre l’accento sul problema e di fornire allo stesso tempo una soluzione, in questo caso al riscaldamento globale.

Il premio per il World Press Photo Long-Term Project Award è andato a Lalo de Almeida, Brasile, con Amazonian Dystopia per Folha de São Paulo/Panos Pictures. La fotografia documenta le gravi condizioni della foresta pluviale amazzonica, minacciata dalle politiche repressive del presidente Bolsonaro: deforestazione, estrazione mineraria, sviluppo infrastrutturale. Evidenzia quindi le conseguenze disastrose dello sfruttamento delle risorse naturali, in aperta polemica con le decisioni guidate dall’avidità dei detentori di potere e senza alcun riguardo per il futuro del pianeta.

La nuova categoria, World Press Photo Open Format Award

In mostra quest’anno anche la sezione dedicata alla categoria World Press Photo Open Format Award, una novità rivolta a progetti che utilizzano diversi media: video, documentario interattivo, foto disegnate. La vincitrice è Isadora Romero, dall’Ecuador. In Blood is a Seed (La Sangre Es Una Semilla ), l’autrice affronta la sua storia personale: la scomparsa dei semi, la migrazione forzata, la colonizzazione e la perdita di conoscenze ancestrali. Rivendica le pratiche agricole tradizionali come atto di resistenza. Il video è composto da fotografie digitali e cinematografiche, alcune delle quali scattate su pellicola 35mm scaduta e successivamente disegnate dal padre di Romero.

Omaggiare il passato, abitare il presente e guardare al futuro con consapevolezza

La rassegna fornisce un punto di vista sfaccettato sulle questioni che il mondo ha dovuto affrontare nell’ultimo anno. La maggior parte dei vincitori risiede nel paese in cui ha scattato le foto: le storie più avvincenti sono infatti raccontate da chi era presente sul campo. Molti fotografi sono intimamente legati alla comunità di cui ritraggono la vita e di conseguenza hanno lavorato in maniera responsabile, con una naturale propensione a sfidare gli stereotipi anziché rafforzarli.

Alcuni argomenti sono trasversali alle varie regioni del mondo. Sono tre i principali temi interconnessi: crisi climatica, disordine civile e potere delle comunità indigene in opposizione ai regimi. Tematiche che – ciascuna a suo modo – affrontano le conseguenze della corsa al progresso da parte dell’umanità e i suoi effetti devastanti sul pianeta. Si tratta di progetti che, oltre alla riflessione, suggeriscono anche possibili soluzioni. La mostra ha dunque anche una funzione educativa per i giovani fotografi: un incentivo a realizzare contenuti in modo responsabile, che racchiudano la complessità del mondo evitando ambiguità occulta e manipolazione.

Uno sguardo più ravvicinato

Il mestiere del fotografo è sempre più rischioso e la libertà di stampa è sotto attacco in varie parti del mondo, dal Sudan a Myanmar. Il coraggio degli autori degli scatti, anche quelli anonimi, è espresso visivamente all’interno della rassegna, che offre uno sguardo approfondito sul fotogiornalismo senza il quale molte storie – soprattutto quelle meno note – non vedrebbero la luce.

Infine, con le dovute accortezze e abbattendo le frontiere linguistiche, il fotogiornalismo si può avvicinare a tutte le forme d’arte che raccontano storie. Esemplificativo è il lavoro della fotografa egiziana Rehab Eldalil in La nostalgia dello straniero il cui sentiero è stato interrotto. Per sfidare i cliché che vedono le donne beduine rappresentate in modo fuorviante dai media egiziani, i ritratti delle donne sono stati stampati sulla stoffa e ricamati dalle donne stesse. Gli uomini della comunità hanno invece contribuito aggiungendo poesie scritte a mano.

Alessia Ceci