L’immaginario di Halloween ha relegato il perturbante all’autunno, eppure la diffusione del Summerween – celebrazione estiva ispirata alla notte delle streghe – attesta come il linguaggio dell’orrore possa divenire una esperienza estetica trasversale. Nato come fenomeno della cultura pop e amplificato dai social, il Summerween non rappresenta soltanto una curiosità folkloristica ma riflette un cambiamento sociale nel modo di vivere il fantastico e il gotico, suggerendo come la paura non dipenda esclusivamente dall’atmosfera nebbiosa e cupa tipica delle giornate autunnali ma dalla capacità della narrazione di incrinare ciò che si percepisce come familiare.

Summerween, quando il gotico va oltre l’autunno

Summerween
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Quando si pensa alla letteratura horror l’immaginario corre subito alle notti autunnali, ai boschi avvolti dalla nebbia e alle atmosfere di Halloween. Tuttavia, il crescente successo del Summerween dimostra come il fascino del mistero e del soprannaturale non conosca stagioni, ribaltando uno dei luoghi comuni più radicati: l’idea che l’orrore appartenga esclusivamente all’autunno. In realtà, molti autori hanno ambientato le loro storie durante i mesi più caldi – si pensi, per esempio, a It di Stephen King ambientato durante un’estate in cui un gruppo di ragazzi affronta le proprie paure più profonde – sfruttando il contrasto tra la luminosità dell’estate e l’oscurità degli eventi narrati. Proprio questo contrasto rende la suspense ancora più efficace: ciò che dovrebbe evocare spensieratezza diventa improvvisamente inquietante.

Il Summerween è una celebrazione non ufficiale che reinterpreta, quindi, Halloween in chiave estiva. Nato come fenomeno popolare negli Stati Uniti e reso ancora più noto dalla serie animata Gravity Falls, questo evento viene solitamente organizzato tra luglio e agosto. La filosofia è semplice: mantenere lo spirito di Halloween, adattandolo all’energia e ai colori dell’estate. In questo senso il Summerween compie un’operazione culturale interessante: trasferisce i codici estetici del gotico in uno scenario dominato dalla luminosità, dai toni vividi tipici dei paesaggi estivi e dal caldo; ed è proprio tale contrasto a produrre un effetto di straniamento che la letteratura conosce da tempo.

Il perturbante: quando il ‘familiare’ inquieta

Una chiave di lettura particolarmente interessante sulla questione è offerta da Sigmund Freud nel celebre saggio Das Unheimliche (Il perturbante, 1919). Freud osserva che ciò che spaventa non è semplicemente ciò che è sconosciuto, ma ciò che appare insieme familiare ed estraneo. Tale sensazione si genera quando qualcuno o qualcosa sono percepiti come familiari ed estranei al contempo, provocando una sorta di angoscia unita a una sensazione spiacevole di estraneità.

«Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.»

Sigmund Freud, Il perturbante, 1919

Il Summerween sembra tradurre questa intuizione in una forma contemporanea. L’estate rappresenta, nell’immaginario collettivo, il tempo della spensieratezza; inserire in questo scenario simboli che rimandano ad atmosfere sinistre crea uno scarto percettivo che genera curiosità e fascino, prima ancora che paura. La luce diventa proiezione nella sua interezza: non elimina il mistero ma lo rende ancora più sorprendente.

Weird e Eerie: l’evoluzione dell’immaginario

In The Weird and the Eerie (2017), ultimo libro del sociologo e critico culturale Mark Fisher, il teorico britannico esplora le categorie estetiche dell’inquietante e del sinistro attraverso la letteratura. Il Weird (Strano) introduce qualcosa che non dovrebbe esistere mentre l’Eerie (Inquietante) suggerisce l’assenza o la presenza di qualcosa che sfugge alla spiegazione. A differenza del Perturbante freudiano basato sulla sensazione di estraneità all’interno del familiare, Fisher definisce il Weird e l’Eerie come forme di fascino per ciò che va oltre la normale percezione. Insomma, se il sinistro per Freud proviene da un passato familiare – rimosso – che ritorna, per Fisher i due concetti esplorano l’esterno e si legano all’ignoto e all’insolito.

Il Summerween dialoga inconsapevolmente con queste categorie in quanto non sostituisce Halloween ma lo decontestualizza, creando un cortocircuito simbolico in cui elementi appartenenti a stagioni differenti convivono nello stesso spazio culturale. Il Summerween, quindi, unisce due mondi che non dovrebbero stare insieme: il sole dell’estate e le atmosfere cupe proprie di Halloween, creando esattamente ciò che il filosofo Mark Fisher definiva Weird ed Eerie.

A tal proposito, Fisher asseriva che il Weird si prova quando si scorge un qualcosa che non dovrebbe essere lì dove la si nota. Nel Summerween, il Weird è quindi lo shock visivo: una zucca intagliata in un’anguria, per esempio. Questo scontro tra il sole estivo e il macabro autunnale spezza le abitudini consuete, affascina proprio perché è assurdo. L’ Eerie (Horror Solare) è invece la sensazione di disagio provata quando il pericolo non è nascosto nel buio, ma è sotto la luce del sole. L’horror moderno può persino colonizzare la stagione dell’allegria sbattendo ragnatele e scheletri sotto la calura estiva in perfetto stile capitalista: e il Summerween, in un certo senso, è il trionfo di questa logica.

Cosa c’entra l’hauntology con Summerween?

Un’ulteriore prospettiva interpretativa è offerta dal concetto di Hauntology elaborato da Jacques Derrida nel saggio Spettri di Marx e successivamente ripreso da Mark Fisher per descrivere il modo in cui il presente è abitato dai “fantasmi” del passato e da futuri che non si sono mai realizzati. Derrida non parla di “fantasmi” in senso horror, ma di presenze del passato che continuano ad abitare il presente mettendo in crisi l’idea di un tempo lineare. Mark Fisher riprende poi il termine per descrivere una cultura contemporanea che vive di nostalgie e revival, concretizzazione di tale prospettiva che sta sempre più dilagando.

Tuttavia, l’Hauntology non riguarda soltanto gli spettri in senso letterale ma la persistenza di immagini, simboli e atmosfere che ritornano in contesti nuovi, modificandone il significato. In quest’ottica il Summerween può essere interpretato come una pratica hauntologica: l’immaginario di Halloween viene sottratto alla sua collocazione autunnale e riemerge nel pieno dell’estate, generando una sensazione di familiarità e straniamento. Non è semplicemente una festa “fuori stagione” ma la dimostrazione di come i simboli culturali continuino a sopravvivere attraverso continue riscritture, riaffiorando come presenze che attraversano il tempo, anziché appartenergli.

Quando l’orrore non ha stagione

La letteratura insegna che la paura non appartiene a un particolare momento dell’anno. Da Stephen King, passando per la riflessione di Freud e per la critica contemporanea emerge una costante: il perturbante nasce quando il quotidiano perde improvvisamente la propria stabilità. Il Summerween non è soltanto una festa estiva ispirata a Halloween ma il segno di una trasformazione più ampia; dimostra che il gotico non è un insieme di decorazioni autunnali, bensì un modo di guardare il mondo: una lente attraverso cui la realtà rivela le proprie crepe. Il funereo non abita esclusivamente le notti d’ottobre ma può emergere in pieno giorno, sotto il sole di luglio, ricordando che ciò che inquieta davvero non è tanto il buio o il sinistro ma l’improvvisa estraneità di ciò che si credeva di conoscere.

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