La zucca, nella letteratura classica, rappresenta più di un semplice ortaggio. Attraverso l’ironia e la satira diventa uno strumento letterario per criticare il potere. Oltretutto, è un elemento ricorrente nella letteratura ben prima che la sua fama legata alla tradizione celtica si diffondesse nel mondo della cultura e del folklore. Dalla Naturalis Historia di Plinio Il Vecchio, agli Epigrammi di Marziale fino all’ Apokolokyntosis di Seneca, la zucca non rappresenta solo un elemento ricorrente legato a tradizioni popolari e stagionali ma, in letteratura classica, si lega a contesti culinari, medici o satirici, avendo una connotazione ironica piuttosto che magica come invece avviene nel folklore medievale e nella letteratura moderna.

La zucca nella letteratura classica: dalla cucina alla satira

zucca letteratura classica
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Ottobre è il mese per eccellenza della zucca: le foglie degli alberi si tingono di sfumature carminio, cremisi e aranciate così come i piatti che hanno per protagonista l’ortaggio, probabilmente, più amato. L’autunno è ormai inoltrato e fra le attese di Halloween e il marketing che segue la festa, la zucca diventa sempre più protagonista di questo periodo. Prima che la zucca fosse relegata quasi alla sola tradizione celtica, l’ortaggio più amato della stagione delle foglie cadenti ha avuto un ruolo primario anche all’interno della letteratura classica. La zucca rappresenta un simbolo polivalente in quanto simboleggia la trasformazione, la magia, il nutrimento ma anche la stoltezza. Tuttavia, le zucche erano anche utilizzate in ambito culinario; ben prima che questo famoso ortaggio giungesse sulle tavole dei commensali moderni nella classica immagine attuale, esistevano diverse varietà del prodotto che gli antichi romani utilizzavano nelle loro pietanze.

Nell’opera Naturalis Historia di Plinio Il Vecchio si menziona la zucca (in latino cucurbita) come pianta coltivata sia per la sua facilità di crescita che per le sue proprietà mediche: le zucche erano infatti ritenute diuretiche e digestive, oltretutto l’autore latino riteneva quest’ultime fra gli ortaggi più utili e salutari. Nel Capitolo 23 (XXIII) – De cucurbita dell’opera Naturalis Historia di Plinio, l’autore descrive la cucurbita come una pianta rampicante dai frutti grandi utile anche per usi pratici ed evidenzia come, quest’ultima, abbia anche proprietà lassative. Bisogna ricordare tuttavia che nel mondo romano la zucca moderna non era conosciuta, in quanto originaria delle Americhe e giunta in Europa solo dopo il 1492. Pare, quindi, che i romani coltivassero una pianta affine: in letteratura classica, analizzando questo contesto, si evince quindi come la zucca non avesse particolari connotazioni simboliche ma fosse riconosciuta, invece, un semplice oggetto di conoscenza pratica.

Zucche e ironia negli Epigrammi di Marziale

Marziale, nei suoi Epigrammi, menziona la zucca tra gli ortaggi comuni senza tuttavia allegare connotazioni morali all’ortaggio ma assumendo un tono ironico; nell’autore il tema della cucurbita è abbastanza curioso, in quanto unisce comicità a satira utili a ironizzare su situazioni quotidiane o persone. Nello specifico, il poeta descrive come il cuoco Cecilio prepari la zucca in ogni modo possibile e la serva a ogni portata, spacciandola per un alimento differente, nel tentativo di risparmiare. Attraverso questo epigramma, Marziale paragona la zucca del cuoco Cecilio ai figli che Atreo aveva servito a suo fratello Tieste, sottolineando l’abilità di Cecilio nell’ingannare i commensali.

Cecilio è l’Atreo delle zucche
così bene le taglia in mille pezzi,
come se fossero i figli di Tieste.
Subito le avrai nell’antipasto
e ne avrai ancora
alla prima portata e alla seconda
e alla terza ancora zucche avrai
e infine ancora zucche per dessert…

Epigrammi, Liber XI, XXXI

Marziale menziona la zucca come un alimento semplice e umile, adatto a pasti frugali e quindi associato al modo di sfamarsi di chi era meno abbiente, una contrapposizione netta con le pietanze elaborate tipiche dei simposi di chi apparteneva agli alti ceti romani del tempo. Nella letteratura classica il simbolismo della zucca, come nel caso di Marziale, si lega al cibo povero e alla vita sobria e parca sia alla metafora della vacuità come avviene, invece, in Seneca e Petronio.

Il simbolismo letterario della zucca nella letteratura classica

Nella letteratura classica la zucca non è un ortaggio “nobile” come poteva essere un certo tipo di frutta, l’uva per esempio o il melograno, ma proprio per questa sua appartenenza alla sfera contadina diventa un ottimo strumento simbolico e comico. La letteratura latina relega la zucca a una visione dispregiativa, dove a prevalere sono le caratteristiche negative della cucurbitacea; la forma dell’ortaggio che rimanda alla pochezza e alla stoltezza, sapientemente utilizzata dagli autori del tempo proprio per canzonare figure di potere. La zucca, in questo ambito, diviene strumento di critica e satira oltre che metafora di ottusità.

Nel Satyricon, al capitolo 39, nel noto episodio “Cena di Trimalchione” gli invitati aspettano l’arrivo dell’ospite che tarda a giungere; quando si decide ad entrare, tuttavia, la sua è un’apparizione grottesca. Petronio descrive Trimalchione mentre è adagiato su dei cuscini utilizzando un divertente parallelismo: da sotto il mantello rosso si vede spuntare una “zucca pelata”. Trimalchione era un ricco liberto; oggi si utilizzerebbe il termine parvenu ma Petronio con l’espressione ”zucca pelata’‘ sottolinea proprio l’aspetto comico e volgare del personaggio che attraverso l’ostentazione della sua ricchezza non fa altro che evidenziare la sua condizione di ”nuovo ricco”, per lo più privo di eleganza e di gusto. Mettendo in ridicolo il suo capo rotondo e la sua calvizie, Petronio crea un contrasto narrativo attraverso un paragone satirico; il suo essere rozzo e grossolano predomina, nonostante la suntuosità e le vesti rosse da senatore.

L’Apokolokyntosis di Seneca, l’apoteosi della zucca e la sua consacrazione

Il titolo dell’opera Apokolokyntosis di Seneca proviene dal greco ed è reso nella sua traduzione letterale come “apoteosi di una zucca”. Bisogna sottolineare che la zucca non ha una simbologia predominante nella letteratura latina classica, tuttavia in alcuni testi appare attraverso una semantica denotata da ironia e, principalmente, allegorica. La zucca, cava all’interno, diviene simbolo di inconsistenza e traslata a un valore morale o intellettuale: pomposa fuori ma vuota dentro. Per tal motivo è sinonimo di stoltezza.

Seneca nell’Apokolokýntosis – opera nota anche per il suo titolo latino come De ludus de Morte Claudii – la usa per descrivere la divinizzazione dell’imperatore Claudio dopo la sua morte, da parte Senato di Roma. Il titolo stesso è un gioco di parole: apotheosis significa “divinizzazione”, mentre Apokolokýntosis è un termine inventato da Seneca che significa “trasformazione in zucca”.


Racconterò ciò che avvenne in cielo il 13 ottobre, all’inizio del nuovo anno, all’inizio del secolo felicissimo.
Ascoltate e tacete.
Gli dèi tenevano consiglio per decidere se far precipitare Claudio dal cielo.
Invocarono Saturno, il vecchio, sotto il cui regno — si dice — tutto era buono; ma Giove non era ancora arrivato, stava educando un ragazzo”.

Apokolokýntosis, incipit

L’autore si fa beffa dell’imperatore appena deceduto ma “divinizzato” dal Senato asserendo ironicamente che è stato “trasformato in zucca”. L’ Apokolokýntosis, satira menippea scritta da Seneca (I sec. d.C.), è una parodia del rito romano della apotheosis: la divinizzazione ufficiale dell’imperatore defunto da parte del Senato. Si noti come il titolo stesso della satira costituisca un gioco di parole: Apokolokýntosis è un neologismo inventato dallo stesso Seneca, mentre l’etimologia della parola ( dal greco Ἀποκολοκύντωσις) è derivante dalla crasi di due termini greci: κολοκύνθη (un tipo di zucca) e ἀποθέωσις (apoteosi).

Intanto sulla terra accadevano grandi cose: infatti era morto Claudio Cesare, il più fortunato degli uomini, almeno finché visse tra gli uomini.
Subito, appena esalò l’ultimo respiro — e non si era ancora ben raffreddato — cominciò a essere portato verso il cielo in mezzo a grande trambusto. […] Allora egli esalò l’anima, che nessuno poteva né ridare né ricevere.
Ormai Claudio cominciava a toccare le stelle e a fermarsi fra gli dèi.
Entrò in cielo, ma era deforme, come sempre: balbettava, tremava, scuoteva la testa, aveva la voce confusa”.

Presa in giro del potere imperiale

Il titolo si riferisce alla zucca come emblema di vacuità e stoltezza inteso come zucchizzazione; pare infatti che l‘imperatore Claudio non godesse di una fama lusinghiera per via di un’intelligenza non proprio brillante.

”Allora quello, abituato com’era ai tribunali, disse: “Sappiate che io sono Cesare: io sono il divino Claudio.”
Quando Ercole udì queste parole, guardò gli dèi e rise: “Bene! — disse — per Ercole, ho visto spesso cani diventare divini; ma è la prima volta che vedo un uomo!”

Seneca, in questo senso, schernisce la decisione del Senato che lo divinizza stilando una parodia della ”deificazione” di Claudio decretata subito dopo la morte dello stesso, nel 54 d.C. Tuttavia, nonostante l’ufficialità della cerimonia, pare che la decisione avesse destato ilarità anche nell’opinione pubblica. Seneca ribalta quindi il processo di glorificazione attuato dal Senato di Roma trasformandolo in una burla; la divinizzazione post-mortem dell’imperatore si trasfigura, quindi, in parodia. La zucca diventa simbolo della vacuità del potere e dell’inconsistenza morale; emblema comico e popolare simboleggiante la goffaggine e l’ottusità. Tuttavia, anche nelle forme colloquiali moderne si trovano alcune analogie attraverso il modo di dire ”testa di zucca”, espressione utilizzata in senso dispregiativo verso qualcuno di cocciuto o duro di comprendonio. Al contrario della variante dello stesso modo di dire, ”avere sale in zucca”, indicante una persona ingegnosa o ricca di intelletto.

Articolo di Stella Grillo