Primo Levi fu l’emblema della resistenza ebrea all’indicibile genocidio avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale. Sopravvissuto all’olocausto, fu un famoso scrittore e poeta italiano ricordato soprattutto per la sua opera “Se questo è un uomo”, che si fonda sul ricordo delle esperienze vissute nel campo di concentramento di Auschwitz. La semplicità con cui scrisse tale testimonianza gli permise agevolmente di giungere al cuore del suo pubblico, portando tale scritto alla fama. “Se questo è un uomo” può, infatti, essere considerato uno dei classici della letteratura mondiale.
Primo Levi, la storia di un eroe scampato all’orrore: da chimico a scrittore
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”
Primo Levi
Primo Levi nasce il 31 luglio 1919 a Torino e muore nella stessa città l’11 aprile 1987. Da giovane di salute cagionevole non trascorre una normale infanzia, ma invece di giocare con i suoi coetanei rimane sempre isolato. Negli anni 30 frequenta il Liceo classico D’Azeglio, tra i suoi professori si annovera anche Pier Paolo Pasolini. Da ragazzo è uno studente modello, grazie alla sua spiccata razionalità riesce a raggiungere ottimi risultati sia nelle materie letterarie (nelle quali dimostra di avere una grande fantasia) sia in quelle scientifiche a cui si appassiona maggiormente (in particolar modo alla chimica). Successivamente, infatti, si scrive alla facoltà di scienze e si laurea con lode nel 1941. L’anno successivo si trasferisce a Milano per ragioni di natura lavorativa. E nel 1943, mentre la guerra si diffonde, decide di spostarsi sulle montagne della Valle D’Aosta insieme ad altri partigiani ma viene subito catturato dai nazisti. Prima è portato nel campo di Fossoli e poi ad Auschwitz.
Primo Levi e la sua opera maggiore: “Se questo è un uomo”
“Se questo è un uomo” è il racconto di genere memorialistico della sua brutale esperienza nei campi della morte. Pubblicato nel 1947, l’incubo vissuto lo spinse ad abbandonare la sua carriera scientifica per rendersi testimone delle oscenità naziste. Sopravvissuto grazie ad una serie di “coincidenze fortunate”, queste le sue parole, come ad esempio la conoscenza elementare del tedesco grazie alla lettura di testi scientifici in lingua madre, la sua narrazione colpisce per la profonda umanità mostrata e per l’alta dignità morale.
In una intervista postuma alla pubblicazione dell’opera, Levi afferma di non nutrire rancore, di essere disposto a perdonare i suoi aguzzini. Ciò che gli importa è di fornire una diretta testimonianza per scongiurare la ripetizione futura di massacri insensati. Oggi, dalle cronache, si apprende tristemente che a volte la crudeltà che si pensa sia chiusa in un cassetto del passato in realtà è ancora parte del presente. Oggi più che mai questo scritto ritorna ad urlare tra le coscienze di ricchi despoti pronti a massacrare con accuse insensate pur di aggiudicarsi lo scacchiere geopolitico della storia.
Giusy Celeste
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