Ci sono i festival, i festival rock, e poi c’è Woodstock. La Fiera della Musica e delle Arti si svolse a Bethel, cittadina rurale nello Stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, attirando un numero di spettatori stimato tra i 400000 e i 500000. La manifestazione è conosciuta anche come “3 Days of Peace & Rock Music”, ricalcando i pilastri della cultura hippie, allora all’apice della sua diffusione. Il nome Woodstock deriva dall’omonima città nella contea di Ulster, nota per le sue attività artistiche.

Pensato come uno show di provincia, raccolse inaspettatamente consensi e partecipazioni oltre le previsioni, trasformandosi in un evento epocale. Dalla prima edizione, ogni dieci anni il mega concerto si ripete, ospitando artisti diversi; un ricambio generazionale, che va di pari passo con la società in evoluzione.

Woodstock: la storia del festival

Woodstock
Una delle immagini simbolo di Woodstock, festival iniziato il 15 agosto 1969

I promotori del festival furono Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. Partiti con l’idea di scegliere un luogo tranquillo per la loro iniziativa, virarono ben presto su sedi più ampie, dopo essersi resi conto di star vendendo più biglietti del progetto iniziale. La prima scelta fu il Mills Industrial Park, un’area nella contea di Orange; gli abitanti del posto si mostrarono da subito scontenti dell’idea e infine, con l’aiuto delle autorità locali, vietarono il suo svolgimento.

La location definitiva fu Bethel, nella contea di Sullivan, a circa 69 km da Woodstock. Elliot Tiber, proprietario di un motel in zona, mise a disposizione un terreno, che però non era sufficiente per contenere la folla in arrivo. Intercedendo per Roberts & co., convinse l’allevatore Max Yasgur ad affittare loro 600 acri per 75.000 dollari. La proprietà di Yasgur formava una conca che degradava verso uno stagno; stagno che fu molto amato dai partecipanti, che vi facevano il bagno svestiti.

Volti noti e grandi assenti

Venerdì 15 agosto i battenti di Woodstock aprirono ufficialmente, e ad aprire le danze fu Richie Havens. La prima giornata fu dedicata alla musica folk, ma poi si susseguirono le vere star. Janis Joplin & The Kozmic Blues Band, i Santana, i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, The Who e molti altri. Joe Cocker inaugurò l’ultimo giorno, seguito da vari colleghi. A chiudere in bellezza Jimi Hendrix, che aveva insistito per essere l’ultimo. La sua esibizione era prevista per mezzanotte, ma salì sul palcoscenico solo alle nove del mattino di lunedì, suonando per oltre due ore, record personale per il chitarrista. Purtroppo, la maggior parte del pubblico era già andata via e “solo” 20000 persone poté godere del suo incredibile live.

La scaletta di Woodstock fu ricca e ben nutrita, ma gli organizzatori intascarono anche dei pesanti “no”. Contattarono John Lennon, chiedendo una reunion dei Beatles, ormai in fase di scioglimento, ma lui pose come condizione che un invito esteso a Yoko Ono e alla sua Plastic Ono Band, e loro lasciarono perdere. Bob Dylan stava trattando, ma alla fine si tirò indietro; anche i Rolling Stones, segnati dalla morte di Brian Jones, declinarono l’offerta. I Doors, in tumulto per le condizioni sempre più instabili di Jim Morrison, annullarono la loro partecipazione, pentendosene subito dopo; Eric Clapton, i Beach Boys, Simon & Garfunkel, i Led Zeppelin e diversi altri musicisti scelsero di non prendere parte al festival.

Woodstock:problemi organizzativi e spiriti liberi

Woodstock fu un successo planetario, ma di certo non mancarono gli intoppi. Le strutture sanitarie erano insufficienti, così come il sistema di pronto soccorso, e in molti ebbero problemi a causa della scarsa igiene e per la mancanza di cibo. Vi furono addirittura due decessi: una donna morì per overdose di eroina, mentre un trattore travolse un ragazzo, accampato in un campo limitrofo. I giornali di allora tentarono di porre l’accento sui disagi, dal traffico bloccato alla presunta aggressività del pubblico, alle proteste politiche nel corso della maratona musicale. Non tutti, però, si piegarono alle richieste dei direttori, e molti articoli raccontarono il festival per quello che era, senza sottolinearne troppo gli aspetti negativi.

Ad animare ulteriormente l’evento, diversi episodi. John Sinclair, poeta e attivista, offrì due spinelli a una poliziotta in borghese; lo stato del Michigan lo condannò a nove anni di prigione. Venne però scarcerato poco dopo, in seguito a una mobilitazione massiccia da parte degli artisti. Abbie Hoffman interruppe la performance degli Who, gridando dal palco: «Penso che questo sia un mucchio di merda! Mentre John Sinclair marcisce in prigione!». L’attivista venne scaraventato giù dal palco a colpi di chitarra da Pete Townshend. Nonostante qualche tafferuglio e diversi problemi tecnici, lo spirito del festival rimase armonioso e pacifico, tanto da stupire Yasgur, che aveva messo a disposizione la sua proprietà. L’uomo fu positivamente colpito da come mezzo milione di giovani, potenzialmente pericolosi e incontrollabili, avessero dato vita a una comunità pacifica e libera. «Se ci ispirassimo a loro»-affermò-«potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell’America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico…». Con buona pace di giornalisti conservatori e detrattori vari.

Federica Checchia

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