Cinema

Sharon Tate, la sottocultura hippie e la loro tragica fine

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Figlia di un colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti e di una casalinga, Sharon Tate passa i  primi anni di vita spostandosi continuamente con la famiglia da El Paso a Washington a Verona, a seguito della carriera militare del padre. A 16 anni ha già cambiato sei volte città: un’instabilità di luoghi e persone che, per sua stessa ammissione, finirà per comportarle una certa mancanza di sicurezza nei rapporti e di autostima.

Vince il suo primo concorso di bellezza a 6 anni: non è la strada che i genitori vorrebbero per lei, ma la sua incantevole bellezza decide per loro. Quasi maggiorenne capeggia in costume da bagno sulla copertina di “Star & Stripes” rivista interna al circuito militare del contingente americano di stanza a Vicenza. In Italia, assieme ai figli di altri militari in trasferta, inizia a creare i primi, veri rapporti amicali e ad interessarsi al mondo del cinema.

Sharon Tate: i primi, faticosi passi nel mondo del cinema

Notata tra il pubblico da Richard Beymer durante le riprese veronesi di “Le avventure di un giovane”, Sharon inizia una relazione con l’attore, che la introduce nel mondo del cinema dalla porta principale. Un primo ritorno negli USA incoraggiato da Jack Palance, a caccia di ingaggi cinematografici, si conclude in un buco nell’acqua. Ci tornerà nel 1962, direzione Los Angeles, dove l’agente di Richard Beymer si prende carico della sua procura. Piccole parti in ruoli televisivi, l’opportunità di lavorare nel “Cincinnati Kid” di Sam Peckinpah sfumata per la sua “mancanza di esperienza e di sicurezza”, secondo le parole dello stesso regista, e il primo, vero ruolo nel giallo dalle tinte horror “Cerimonia per un diletto” con David Niven e diretti da J. Lee Thompson, dove interpreta la parta di una deliziosa e maliziosa strega.

Dopo le prime riserve sulle sue capacità, di nuovo dovute alle sue difficoltà comunicative e relazioni, è lo stesso regista a definire il lavoro di Sharon “assolutamente efficace”.  La pellicola viene girata perlopiù in Francia, e a fine riprese Sharon Tate si trasferisce a Londra, attratta dalla vivacità della città e dalle opportunità lavorative nell’ambito della moda. Qui conosce Roman Polansky. Nonostante le iniziale titubanze del regista sulle effettive qualità della attrice, i due collaborano alla commedia horror “Per favore, non mordermi sul collo!”, dando contemporaneamente il via a una relazione sentimentale.

Sharon Tate: vita e cinema con Roman Polanksy

Pubblico e critica insistono sul sostanziale insapore delle qualità recitative dell’attrice, ma per la Hollywood che conta il suo è ormai entrato nel novero dei volti nuovi da proporre, forte della sua grande esposizione negli ambienti della moda e nello stile. Poco male che non sia una grande attrice: con la sua abbagliante e candida bellezza può tranquillamente farne a meno. Di nuovo a Londra, di nuovo in veste di modella: qui Sharon Tate e Roman Polansky si sposano il 20 gennaio 1968. Dopo poco il richiamo del proprio habitat naturale si fa irresistibile – “pensavo di aver sposato una hippie, non una casalinga” dirà Polansky a riguardo – e la coppia torna a Los Angeles.

Attratta dal fermento sociale e culturale dell’epoca e dal gruppo di amici di Hollywood e dintorni più vicini allo spirito dei tempi, tra i quali Peter e Jane Fonda, Warren Beatty, Steve McQuinn, Mia Farrow e Peter Sellers, i due sentono finalmente di essere nel posto dove stanno davvero succedendo le cose. In tutti i principali luoghi di riferimento culturale degli USA il flower power sta raggiungendo il suo climax e, attratta dalla forma di controcultura più cool del momento, buona parte dell’intellighenzia più progressista di LA ha stretto saldi rapporti con il sottosuolo hippie. Chi per moda, chi per curiosità, chi per tentare di farci un affare. Terry Melcher è un produttore discografico, che con il California Sound e la surf music ha trovato una miniera d’oro. Figura di riferimento degli ambienti musicali dell’epoca, conosce, e bene, tutti quelli del giro che vanno conosciuti per avere successo.

La casa dell’amore al 10050 di Cielo Drive

Un successo che l’ha presto portato a potersi permettere l’affitto di una lussuosa villa al 10050 di Cielo Drive a due passi da Beverly Hills, dove organizza feste che mischiano musicisti, businessmen, spacciatori e hippie comuni. E’ qui che l’amico Dennis Wilson, mente e braccio delle superstar Beach Boys, gli presenta un ragazzo conosciuto da poco e convinto di poter fare strada con la musica che compone, con la richiesta di un’audizione. Il suo nome è Charles Manson.  Il folk acustico di Manson non convince Melcher, che lo liquida senza troppe cerimonie, anche di conseguenza a una spiacevole aggressione di Manson ai danni di un ubriaco di cui è testimone allo Spahn Ranch, quartier generale della family di Manson.

Poco tempo dopo Melcher e la compagna abbandonano il 10050 di Cielo Drive e si trasferiscono altrove, ma la villa resta vuota per poco: a Sharon Tate e Roman Polanksy sembra il luogo perfetto per vivere, una vera e propria “love house”, come da loro stessi definito. 8 agosto 1969:  dopo una cena fuori, Sharon Tate torna alla nuova abitazione con gli amici Jay Sebring, Abigail Folgar, Steve Parent e Wojciech Frykowski; Polansky è ancora Londra per un impegno che ha preso più tempo del previsto.

Sharon Tate: la morte come morte di una sottocultura

Poco dopo la mezzanotte, su ordine di Charles Manson, che aveva intenzione di punire Terry Melcher per il suo ardire nel rifiutargli un contratto discografico, i membri della family Linda Kasabian, Susan Atkins e Patricia Krenwinkler fanno irruzione nella casa ed uccidono a pugnalate tutti i suoi occupanti. Sharon Tate ha 26 anni ed è all’ottavo mese di gravidanza: con il suo sangue gli assassini scrivono “PIG”, maiale, sul muro di fianco alla porta d’ingresso.

Sarà la stessa Susan Atkins, a quasi tre mesi dalla mattanza di casa Tate e di quella altrettanto feroce del giorno dopo dai LaBianca, a fare particolari confidenze alle compagne di cella. Si è fatta beccare ed arrestare per cose di poco conto, ma nel clima di psicosi collettiva che avvolge come una cappa la Los Angeles degli ultimi mesi, non sa resistere alla tentazione di aprire il Vaso di Pandora e rivendicare per se e ai compagni della family il merito di quanto successo poche settimane prima.

Andrea Avvenengo

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