«Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.». Era il 2005, e l’incipit di Match Point, thriller psicologico diretto da Woody Allen e una delle sue opere più apprezzate e di successo, risuonava nelle sale di tutto il mondo. A colpire il pubblico, in particolare, l’annosa questione mossa dal regista americano: quanto incide la fortuna sulla vita di un uomo? Di sicuro molto su quella di Chris Wilton, protagonista della pellicola interpretato da Jonathan Rhys Meyers. L’ex giocatore di tennis si trova a disputare una partita all’ultimo sangue contro il destino, e solo la buona sorte riesce a salvarlo da se stesso e dalle sue decisioni avventate.

Diciannove anni dopo, la terra battuta torna ad essere luogo di scontro per il grande schermo. Dietro la macchina da presa, stavolta, c’è Luca Guadagnino, e il film è l’attesissimo Challengers. Le due storie sono molto diverse tra loro, così come il ritmo e l’atmosfera generale; eppure, andando oltre le differenze iniziali, e analizzando i “giocatori” di entrambi i match, non è difficile trovare un legame, quantomeno negli intenti.

Match Point e Challengers: così lontani, così vicini

match point challengers
Una scena di Challengers, film che, come Match Point, si serve del tennis per raccontare emozioni e passioni umane

In entrambi i lungometraggi il tennis non si limita ad essere mera competizione sportiva, ma è una metafora di vizi e virtù umane. La racchetta diventa uno scudo per difendersi dagli attacchi esterni, e un mezzo per rispedire al mittente problemi e paure. I personaggi giocano e si annusano, si studiano, si affrontano su molteplici campi, alcuni concreti, alcuni mentali. In Challengers troviamo un livello agonistico superiore a Match Point, con Tashi (Zendaya), Patrick (Josh O’ Connor) e Art (MIke Faist) che, in momenti diversi, si ritrovano all’apice della carriera o nel baratro, sia lavorativo che esistenziale. Chris, al contrario, ha messo da parte i sogni di gloria ed è ormai un istruttore. Come per le tre giovani promesse, tuttavia, anche per lui lo sport diventa l’occasione per fare incontri, alcuni dei quali cambieranno per sempre il corso della sua vita.

Palline e completini offrono uno sfogo, ma non riescono a canalizzare appieno emozioni e fragilità. I sentimenti prevalgono sugli schemi di gioco, e travolgono tutto. Patrick Art e Tashi danno il via a una danza dentro e fuori dal campo, in cui si attraggono e si respingono, si amano e si odiano. Chris e Nora (Scarlett Johansson) “ballano” altrove, sfiorandosi prima, unendosi poi, e scatenando un effetto domino da cui non si torna indietro. Tutti e cinque, ognuno a modo suo, sono schiavi del loro cuore, che li conduce a non ragionare con lucidità. La disciplina appresa durante gli allenamenti non si applica alla sfera privata. Ci si fa del male a vicenda, consapevoli di ferire l’altro, ma non ci si può fermare, vittime e carnefici della propria debolezza. Un match corrisponde a un rendez-vous carico di erotismo, in cui cambiano i partecipanti, ma non le conseguenze. Tashi e Chris si destreggiano tra i rapporti tiepidi con Art e Chloe (Emily Mortimer) e la travolgente passione per Patrick e Nora. Razionalità e sregolatezza, ragione e sentimento.

Tutta questione di controllo

Il tennis, d’altronde, è una questione di pazienza e controllo, ma una pallina deviata o un errore umano possono cambiare le sorti di una partita, e non solo. Chris e Tashi, maestri burattinai, tentano di resistere al Destino e manipolano, mentono e muovono le fila di chi li circonda a loro piacimento. La ex stella dello sport, dopo l’infortunio, riversa aspirazioni e frustrazioni sul povero Art, mentre l’istruttore irlandese desidera per se stesso una scalata sociale che lo allontani dalle umili origini. Per entrambi, dunque, si tratta di una bramosia inappagata, una soddisfazione raggiungibile solo attraverso le vittorie altrui o un matrimonio conveniente.

Piani perfetti, messi però a repentaglio dalla loro parte irrazionale, che li spinge a correre dei rischi, a tradire, a far vacillare un equilibrio sapientemente costruito e raggiunto. Ossessione e possesso alterano il punteggio, la palla corre impazzita da un lato e dall’altro, ed è difficile, per chi è sugli spalti, ma anche per chi impugna la racchetta, stare al passo. Il triangolo amoroso scombina le carte, complica le relazioni, inasprisce le rivalità. Tashi, moderna Lady Macbeth, non si sporca le mani in prima persona, ma fa sì che siano i suoi uomini, pazzi di lei, a farsi la guerra. Chris, al contrario, nella sua pur lucida follia, non ha paura di macchiarsi i palmi di crimine e morte, figurativamente e non. Lei discute, chiede, tesse nell’ombra; lui imbraccia il fucile ed elimina alla radice la fonte delle sue preoccupazioni. Entrambi, però, non tengono conto più di tanto di quella pallina, che può andare avanti o tornare indietro.

Match Point e Challengers, una lotta di potere e destino

La seduzione diventa un gioco al massacro, la sportività di uno svago sfocia nella lotta di potere. A sbrogliare la matassa, tuttavia, scende in campo la Dea Bendata, deus ex machina che tutto può e tutto decide. A volte un’amicizia più solida di un innamoramento può mettere fine a una battaglia decennale, decretando, con un abbraccio, il cessate il fuoco. Altre, invece, un anello caduto sul marciapiede e finito nella tasca giusta può scagionare un omicida, offrendogli un alibi salvifico e inaspettato. A un delitto può corrispondere un castigo, oppure no. A un comportamento tossico e spregiudicato può far seguito un trionfo, o forse non è così. A scegliere l’esito di una qualsiasi mossa è il Fato.

Lo abbiamo visto ultimamente, nella realtà. Atleti olimpici pronti per Parigi e costretti al ritiro a pochi giorni dalla partenza, come Jannik Sinner. Ma anche campioni dati per spacciati, ma che riescono a ottenere una medaglia d’oro proprio all’ultimo tentativo, come Novak Djokovic. Ci si affanna a non perdere mai la testa di fronte a un avversario, per poi soccombere dinnanzi a una palla break decisiva, lanciata con diabolica precisione dal Destino. Un giocatore contro cui neanche il numero uno nel ranking mondiale, potrebbe mai vincere.

Federica Checchia

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