Si chiamano Dar al-Re’aya, letteralmente “casa di cura”, e sono dei centri, nati in Arabia Saudita, nei quali vengono rinchiuse le donne che, per vari motivi, sono state bandite dalle loro famiglie o dai mariti. Alcune di loro sono accusate di non aver aderito a delle imposizioni, altre sono sospettate di alcuni reati. Altre ancora, invece, vi si avvicinano spontaneamente per fuggire da violenze domestiche e abusi, sperando di trovare protezione. In realtà, purtroppo, finiscono prigioniere di un vero e proprio istituto detentivo.

L’esistenza di queste strutture è nota da anni, ma è stata una recente inchiesta di The Guardian a riaccendere i riflettori su di esse. Negli ultimi mesi, il giornale statunitense ha raccolto decine di testimonianze di persone che hanno vissuto in prima persona quello che viene descritto come un inferno in terra. Chi cerca riparo in un Dar al-Re’aya si ritrova ad essere vittima di fustigazioni, molestie, imposizioni religiose, malnutrizione e problemi di igiene.

La verità sui Dar al-Re’aya

I primi Dar al-Re’aya risalgono agli anni Sessanta; ad oggi, il regime li descrive come «rifugi per ragazze accusate o condannate di vari reati», che offrono una riabilitazione alle ospiti attraverso il sostegno di psichiatri e dottori, con l’obiettivo finale di riportarle alle loro famiglie dopo la “guarigione”. Come The Guardian evidenzia, tuttavia, non sono altro che delle prigioni. Una ragazza sopravvissuta alla detenzione e intervistata dal quotidiano, ha dichiarato: «Ogni ragazza che cresce in Arabia Saudita conosce questi centri e il loro orrore. Sono un inferno. Ho cercato di togliermi la vita quando ho saputo che mi avrebbero portata lì. Sapevo cosa succedeva alle donne in quesi posti e ho pensato: “Non sopravviverò”».

Da tempo, le organizzazioni umanitarie denunciano quanto questi centri stridano con l’apparente apertura da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, che ha manifestato l’intenzione di diminure le rigide restrizioni che riguardano le donne. Nel 2024, l’Arabia Saudita ha ottenuto la presidenza della Commission on the Status of Women, la commissione delle Nazioni Unite incaricata di promuovere l’eguaglianza tra i sessi e rafforzare i diritti delle donne nel mondo. Un ruolo internazionale di prestigio che però, se consideriamo ciò che emerge dell’inchiesta, è in netto contrasto con quello che accade all’interno del Paese.

Federica Checchia

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