“Non abbiate paura, non porterà a nessun abuso questo diritto. Vi chiedo buon senso di esseri umani”. È questo il messaggio della giornalista Laura Santi, che nella giornata di ieri si è spenta grazie al suicidio assistito. Malata di sclerosi multipla da tempo, si è sempre battuta per il diritto di morire dignitosamente. E lo ha fatto, nella sua casa di Perugia, con un farmaco autoindotto, dopo un lunghissimo iter giudiziario.

Laura Santi sul Ddl fine vita: “Vi chiedo buon senso di esseri umani”

Erano passati tre anni dalla richiesta iniziale. Due denunce, due diffide, un ricorso d’urgenza e un reclamo, e finalmente la giornalista, nel novembre 2024, ha ottenuto una relazione medica completa che attestava il possesso dei requisiti stabiliti dalla Corte costituzionale. A giugno 2025 è poi arrivata la conferma dal collegio medico di esperti e poi del comitato etico sul protocollo farmacologico e delle modalità di assunzione. Santi era membro dell’Associazione Luca Coscioni, che si batte da tempo per avere un disegno di legge che consenta il suicidio assistito.

Ha chiesto, poi, di essere ricordata “come una donna che ha amato la vita” e “avendo assaporato gli ultimi bocconi di vita”. Perché “dobbiamo essere noi che viviamo questa sofferenza estrema a decidere e nessun altro” ha scritto nel suo saluto. Oggi il marito, che l’ha sempre supportata in questo percorso, la pubblicato un video messaggio sul suo profilo Facebook dove chiedeva ai parlamentari italiani di rivedere il Ddl sul fine vita. “Vi prego, vi prego con tutto il cuore, fate quello che volete con la politica ma vi prego, Paese Italia, occupatevi delle sofferenze dei malati più gravi”, dice.

Il ddl fine vita

“Io sono Laura Santi e quando vedrete questo video non ci sarò più perché avrò deciso di smettere di soffrire per mia volontà e mio diritto. Non voglio lasciare un Paese che ignori e si prenda gioco dei malati più gravi”. Così si apre il videomessaggio. Il suo dubbio nei confronti del disegno di legge si riferisca al fatto che il ddl definisce il “fine vita” come il momento in cui una persona è “tenuta in vita da trattamenti sostitutivi delle funzioni vitali”. Questa definizione, come sostenuto da associazioni e giuristi, è restrittiva e non tiene conto di altre situazioni di sofferenza. Inoltre, prevede che il personale, le strumentazioni e i farmaci del SSN non possano essere utilizzati per agevolare il fine vita, limitando il ruolo del sistema sanitario alle sole cure palliative.

Uno dei punti cruciali riguarda il fatto che, essendo il Sistema saturo e lento, la procedura potrebbe escludere coloro che, al peggiorare della malattia, non saranno più in grado di autosomministrarsi il farmaco. L’Associazione Luca Coscioni, infatti, sostiene la battaglia per l’eutanasia legale (che attualmente in Italia è considerato reato), e non per il solo suicidio assistito. Il suicidio assistito indica l’atto attraverso cui la persona che ne fa richiesta, sempre nelle sue piene capacità cognitive, si autosomministra il farmaco letale per porre fine alle proprie sofferenze. L’eutanasia, invece, è l’atto di procurare intenzionalmente e in modo indolore la morte di una persona cosciente, in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni e che ne fa esplicita richiesta.

Le ultime parole di Laura Santi

“Non potete capire che senso di libertà dalle sofferenze, dall’inferno quotidiano che ormai sto vivendo. O forse lo potete capire. State tranquilli per me. Io mi porto di là sorrisi, credo che sia così. Mi porto di là un sacco di bellezza che mi avete regalato. E vi prego: ricordatemi. Sì, questo ve lo chiedo, ricordatemi. E nel ricordarmi non vi stancate mai di combattere”.

Marianna Soru