La sera del 31 luglio, al Castello Sforzesco di Milano, all’interno del festival estivo Estate al Castello 2025, è andato in scena lo spettacolo Attraverso la mia ombra. Sul palco, in un monologo potente e sincero, Mattia Archinito ha raccontato la sua storia: detenuto nel carcere di Bollate, sta scontando una condanna all’ergastolo. La regia e la drammaturgia portano la firma di Serena Andreani, le coreografie sono di Federica Ghezzi e Riccardo Rizzoli. Lo spettacolo è prodotto dalla cooperativa sociale Le Crisalidi.
Attraverso la mia ombra: uno spettacolo che interroga su libertà e possibilità di cambiamento

In scena, Mattia Archinito guida il pubblico in un intenso viaggio autobiografico. Il monologo Attraverso la mia ombra tocca temi universali come la vendetta, la solitudine, la trasformazione e il tempo — quello sospeso dentro il carcere e quello che fugge, fuori, nella vita quotidiana. Con il progredire della narrazione, il confine tra colpa e responsabilità, tra l’essere “dentro” o “fuori”, si fa sempre più labile. In uno dei passaggi chiave dello spettacolo, l’attore chiede: “Cos’è la libertà? Camminare dove vuoi, quando vuoi, o capire dove sei stato incatenato per tutto quel tempo?”. Una domanda che spinge gli spettatori a guardarsi dentro e confrontarsi con la propria “cella interiore”. Le sue parole, dirette e taglienti, evocano una riflessione profonda: siamo davvero liberi, o prigionieri di una vita che ci scivola addosso, di ruoli che non riconosciamo più come nostri? Il racconto personale di Archinito si apre a una dimensione collettiva, diventando lo specchio di un’umanità intrappolata in prigioni invisibili. Ma, come suggerisce la sinossi dello spettacolo, anche le gabbie più rigide possono avere un punto debole: uno spiraglio da cui comincia il cambiamento.
La storia di Mattia
Archinito è entrato in carcere a soli diciotto anni, proveniente da “un mondo fatto di ombre, di codici, di orgoglio, di violenza che chiamavo giustizia, di vendetta in nome dell’onore”. Ha trascorso la prima fase della detenzione tra Vigevano e Pavia, per poi essere trasferito a Bollate. All’inizio, ogni prospettiva di cambiamento sembrava impossibile: “Nell’ipotesi migliore mi danno trent’anni. Cosa cazzo c’è da riscrivere?”. Il silenzio della cella ha però aperto lo spazio per una lunga riflessione interiore. Un percorso di spoliazione e ricostruzione identitaria: un tentativo di capire chi si è stati, chi si è e chi si potrebbe ancora diventare.
Incontro con nuovi mondi e parti di sé
Durante la serata, Roberto Bezzi — responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate — ha offerto una chiave di lettura importante: “l’identità di una persona va considerata nella sua complessità. Il reato — ha detto — è solo una delle parti”. Mattia ha iniziato a esplorare nuovi mondi: la lettura, il teatro, l’arte, la creatività. Soprattutto, ha cercato l’incontro con le storie degli altri, per uscire dal suo passato, provare “ruoli” diversi, ampliare la percezione di sé: “Mi alimentavo osservando… per poter vedere, anche solo per poco, anche a frammenti, un pezzetto di mondo”. Grazie all’articolo 21 e ai permessi premio, oggi Archinito ha ricostruito una vita diversa: lavora, studia all’università, ha una moglie e una figlia di dieci mesi.
Riscatto e trasformazione
Lo spettacolo trasmette un messaggio chiaro e potente: il cambiamento è possibile. A dimostrarlo è la storia che prende forma sul palco. È il racconto di un’identità che non rimane ferma, ma si evolve, si ridefinisce, si mette in discussione. In questo senso, risuona con forza la celebre riflessione di Pirandello in Uno, nessuno e centomila: “Muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori”. Una citazione che dialoga con il percorso raccontato nello spettacolo, restituendo l’idea di un sé in movimento, non fisso né definitivo, ma sempre in divenire. È proprio in questa fluidità che si apre uno spazio concreto di riscatto. Mattia Archinito lo sintetizza con una frase che ha lasciato il segno fra le centinaia di spettatori: “Ho conosciuto il buio e ho imparato a vederlo per quello che è… una possibilità”. Un invito implicito a ripensare l’ombra non come condanna, ma come punto di partenza e attraversamento.
Chiara Grigolato





