Come annunciato dalla NFL il mese scorso, i Green Day hanno aperto le danze del Super Bowl LX, scaldando il pubblico presente al Levi’s Stadium di Santa Clara, in California. In molti erano in trepidante attesa del loro mini-concerto, conoscendo bene l’attitudine del trio californiano a esprimere con chiarezza le proprie opinioni politiche. La loro esplicita avversione all’ICE e all’amministrazione Trump, dopotutto, è uno dei motivi che ha spinto il presidente statunitense, non molti giorni fa, a dichiarare apertamente di essere contrario alla presenza del gruppo e di Bad Bunny all’evento sportivo.
Contrariamente alle aspettative, tuttavia, Billie Joe Armstrong e soci non hanno lanciato alcun appello dal palco dell’arena. Dopo aver iniziato il live sulle note nostalgiche di Good Riddance (Time of Your Life), la band si è lanciata in un tris di brani tratti dall’album del 2004 American Idiot: Holiday, Boulevard of Broken Dreams e, naturalmente, la title track. Questa volta però, stupendo tutti, il frontman non ha alterato il verso “I’m not a part of a redneck agenda” in “I’m not a part of a MAGA agenda”.
L’esibizione dei Green Day al Super Bowl ha diviso il pubblico
L’assenza di discorsi o di riferimenti diretti al governo da parte dei Green Day hanno fatto storcere il naso a più di qualcuno, e in molti hanno giudicato la loro performance poco incisiva. Altri ancora sostengono invece che ci sia stata una qualche forma di censura imposta dall’alto, e che i tre musicisti siano stati “costretti” a non esporsi più del dovuto. La verità, però, è che la rockband, proprio come Bad Bunny durante L’Halftime Show, ha scelto la via della superiorità. Nessun messaggio politico aggressivo, nessun attacco frontale. Ieri sera, a parlare per Billie Joe, Mike Dirnt e Tré Cool, è stata la musica.
La scelta della setlist, d’altronde, non è stata per nulla casuale. Holiday è notoriamente una delle canzoni più politiche ed esplicite del loro repertorio. Boulevard of Broken Dreams, invece, è una perfetta rappresentazione di un Paese disilluso: è la fine del “sogno americano”, che si scontra con una realtà distopica in cui i cittadini vengono freddati alla luce del giorno. Quanto ad American Idiot, il brano è nato oltre vent’anni fa come forma di protesta contro l’allora presidente George W. Bush, ma è ancora tristemente attuale. Quando Billie Joe ha cantato “Don’t wanna be an American idiot”, quasi tutti abbiamo pensato alla stessa persona e questo, in fondo, vale più di mille parole.
Federica Checchia





