La produzione linguistica di Dante Alighieri si riflette anche nei numerosi neologismi che il poeta onomaturgo ha creato e diffuso grazie alla Commedia. La Divina Commedia non è soltanto un capolavoro poetico e teologico, ma anche un laboratorio straordinario di sperimentazione linguistica in cui il volgare fiorentino si afferma come lingua capace di esprimere ogni sfumatura dell’esperienza umana. Tra gli strumenti più innovativi utilizzati da Dante emergono proprio i neologismi inventati dal poeta, segni tangibili della sua volontà di oltrepassare i limiti del linguaggio esistente.

Neologismi di Dante Alighieri: quando la lingua si fa creazione

Dante Alighieri neologismi
Giovanni Di Paolo, Paradiso Rosa Celeste – commons.wikimedia.org

Nella storia della letteratura italiana pochi autori hanno inciso sulla lingua quanto Dante Alighieri. La sua potenza immaginifica e la sua straordinaria capacità di forgiare parole nuove ha piegato il volgare alle esigenze della poesia. Dante è un onomaturgo: crea la lingua, la sperimenta, la traspone e la diffonde. Nel suo registro linguistico convivono latino, volgare fiorentino, dialetti, neologismi. In un’epoca in cui l’italiano non era ancora una lingua codificata, Dante Alighieri conia nuovi termini che oltrepassano il linguaggio corrente; nei neologismi inventati dal Sommo Poeta influisce l’innovazione che trasforma la parola in strumento linguistico capace di richiamare l’oltretomba, il divino, il peccato, la metamorfosi dell’anima, il contesto ctonio.

Nel panorama culturale del Trecento, la lingua latina rappresentava ancora il principale strumento della comunicazione colta mentre l’uso del volgare era relegati al quotidiano, considerato inadatto alla trattazione di temi elevati. In questo scenario, Dante Alighieri compie una scelta radicale: adottare il volgare fiorentino a un’opera di altissima ambizione come la Divina Commedia. Tuttavia, il volgare disponibile non era ancora sufficientemente strutturato per esprimere concetti teologici, filosofici e cosmologici complessi. Da qui nasce la necessità di ampliare il lessico attraverso la creazione di neologismi e l’uso innovativo delle parole.

Il lessico come strumento poetico

Il viaggio ultraterreno narrato nella Divina Commedia conduce il poeta attraverso realtà celesti mai descritte in precedenza. Parlare di Inferno, Purgatorio e Paradiso richiede un linguaggio capace di rappresentare l’ineffabile, l’incomunicabile, cercando di rendere l’indicibile apodittico. Dante Alighieri si trova al cospetto del meraviglioso e nella condizione di dover dar voce all’inenarrabile: e lo fa anche attraverso la creazione di neologismi. Non si tratta di virtuosismi o ornamenti stilistici, la creazione di un lessico che risponda alle esigenze del mirifico diventa necessario per esprimere, principalmente, stati d’animo e sensazioni complesse – celesti, ultraterrene, mai provate – oltre che rendere tangibile l’esperienza trascendente e descrivere la trasformazione spirituale che cambia in base alla Cantica.

I Dantismi emergono attraverso diversi procedimenti; alcune parole nuove nascono per derivazione, attraverso l’aggiunta di prefissi o suffissi mentre altri neologismi originano dall’unione di più elementi lessicali. Infine, alcuni termini sono dei latinismi adattati al volgare del tempo. Si pensi, per esempio, al termine ”antelucano” dal latino ante lucem “che precede il giorno, il sorgere del sole ”, che compare nel Canto XXVII del Purgatorio e, più precisamente, nella VII cornice:

E già per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti lati,
e ‘l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
veggendo i gran maestri già levati.

Purgatorio, Canto XXVII

L’uso dell’aggettivo antelucano sottolinea il chiarore fulgido, il barlume di luce che congeda le tenebre per lasciare il posto al nuovo giorno. In questo scenario Dante si sveglia prima di attraversare l’ultima cornice del Purgatorio, simbolo della fine della purificazione che lo condurrà al Paradiso Terrestre. L’attributo antelucano che il Sommo Poeta accosta a un altro aggettivo – splendori – anticipa la meta divina e celeste a cui, il suo viaggio, tende. Ecco il neologismo che si fa strumento poetico, al servizio della poesia ma soprattutto del celestiale.

I neologismi di Dante Alighieri, verbi poetici che esprimono trasformazioni ontologiche

Uno dei contributi più significativi di Dante Alighieri riguarda la creazione di verbi che esprimono trasformazioni ontologiche:

  • Inmiarsi intuarsi: identificarsi con la persona con cui si sta parlando. (Par. IX, 81)
  • Indiarsi: significa “diventare simile a Dio” o partecipare alla natura divina. (Inf. XIV, 32; Par. IV, 28)
  • Inluiarsi: descrive l’atto di immergersi completamente in Dio.  (Par. IX, 73 e XXII, 127)
  • Trasumanar: indica il superamento della condizione umana per accedere a una dimensione superiore. Compare nel Paradiso ed esprime un’esperienza ineffabile. (Par. I, 70)
  • Insemprarsi: farsi eterno, durare immutabile per sempre. (Par. X,148)

Questi sono solo alcuni dei numerosi neologismi coniati da Dante Alighieri in cui si rende evidente una caratteristica comune: in tutti, si nota il prefissoin- da cui il Poeta crea la nuova parola, termini che spesso sono utilizzati in particolar modo nella Cantica del Paradiso. Allo stesso modo, Dante conia e utilizza sempre nel Paradiso verbi poetici che sembrano esprimere la solennità e la dimensione ultraterrena e celestiale del luogo. Fra questi si ricordano inzaffirarsi il cui significato, come riporta il Dizionario Tullio De Mauro, è ”ornarsi, abbellirsi con zaffiri; diventare azzurro, trasparente come uno zaffiro”. Dante Alighieri utilizza questo neologismo nel XXIII Canto del Paradiso riferendosi alla visione luminosa della Beata Vergine Maria.

Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.

Paradiso, Canto XXIII, 102

Si aggiungono ulteriori Dantismi che riprendono la dimensione celeste; quell’atmosfera irenica, di paradiso e beatitudine, che Alighieri trasmette attraverso il contenuto della Commedia con allegorie e scenari ma anche, e soprattutto, con le parole.

  • Incielarsi: fra le parole più evocative create da Dante Alighieri, significa ”collocare in Cielo’‘ o ”elevare alla Beatitudine Celeste’‘. Il Poeta utilizza questo verbo nel Canto III del Paradiso, quando Piccarda Donati spiega la natura della beatitudine: “Perfetta vita e alto merto inciela / donna più su”.
  • Imparadisare: ”portare in Paradiso”, innalzare al gaudio della gioia celeste. Utilizzato neParadiso (XXVIII, 3), si riferisce all’effetto che Beatrice opera sulla mente di Dante, elevandolo al cielo. In questo Canto, il poeta vede Dio sotto forma di un punto luminoso. ”Poscia che ’ncontro a la vita presente / d’i miseri mortali aperse ’l vero / quella che ’mparadisa la mia mente”.
  • Inmillarsi: Moltiplicarsi a migliaia. Dante utilizza questo verbo per descrivere il Nono Cielo del Paradiso: ”Ed eran tante, che ‘l numero loro / più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla” (Par. XXVIII). Il neologismo Dantesco, successivamente, è stato utilizzato anche in Giovanni Pascoli (Myricae, 1891) e in Guido Gozzano (I Colloqui, 1911)

I neologismi permettono a Dante di rappresentare ciò che sfugge al linguaggio ordinario. In particolare nel Paradiso, dove l’esperienza mistica supera i limiti della comprensione umana, le parole inventate diventano strumenti indispensabili. Dante non si limita a usare la lingua ma crea una fusione con l’immaginazione, la espande fino a includere l’umano e il divino, il visibile e l’invisibile. La sua è una rivoluzione linguistica che si tramuta in atto poetico assoluto; le parole di Dante Alighieri sono scintille vive che ricordano quanto ogni lingua sia un atto di libertà creativa: perché nominare il mondo significa, in fondo, anche reiventarlo.

In copertina: Gustave Doré – Dante Alighieri, Inferno