INirvana non esistono più da molto tempo, ma la loro musica continua a macinare record. Dopo Smells Like Teen Spirit, ora è Come As You Are -anch’essa tratta dall’album del 1991 Nevermind– ad aver ufficialmente superato i due miliardi di stream sulla piattaforma Spotify. All’epoca della sua pubblicazione, Kurt Cobain aveva rivelato come il brano parlasse «delle persone e di come ci si aspetta che si comportino».
Quando la band iniziò a collaborare con il produttore Butch Vig per registrare il disco, aveva da poco firmato un contratto discografico con la Geffen Records. «Quando sono andato a lavorare a “Nevermind”, non avevo un’idea precisa di come sarebbe stato», ha spiegato Vig. «Sapevo solo che dovevo essere pronto e che, quando Kurt fosse stato al massimo della forma, avremmo dovuto premere “registra”». E riguardo a Come As You Are: «Penso che quella canzone parli di accettazione e di emarginazione. Sei una bella persona a prescindere da quanto tu sia incasinato. “Come As You Are” è un’ode all’accettazione di una persona per quello che è».
Dave Grohl su “Come As You Are” e “Nevermind”: «Volevamo che fossero quasi come canzoni per bambini»
Dopo mesi di registrazioni e lavoro ai Sound City Studios di Van Nuys, in California, Cobain, Dave Grohl e Krist Novoselic, con l’aiuto del produttore, diedero vita alle tracce che compongono una delle opere discografiche più significative e impattanti degli anni Novanta. Un album a cui i tre artisti tenevano particolarmente, e al quale hanno lavorato con dedizione e precisione maniacale. «Prima di venire in studio, hanno provato tutti i giorni per sei mesi, circa dieci ore al giorno», ricorda Vig. «Kurt, contrariamente all’atteggiamento da fannullone che lo caratterizzava, voleva un disco di successo. Voleva realizzare un album dal suono davvero impeccabile».
Le tracce di Nevermind sono caratterizzate dunque da una ricerca strumentale meticolosa e attenta ma, nello scrivere i testi dei brani, i Nirvana avevano in mente un pubblico specifico, come ha rivelato Grohl: «Volevamo che fossero quasi come canzoni per bambini. Dicevamo alla gente che erano state pensate per essere le più semplici possibili».
Federica Checchia





