La caduta del regime di Assad rappresenta un terremoto geopolitico per la Siria e i suoi alleati, Russia e Iran.
La caduta di Bashar al-Assad è un momento storico. Per Teheran, questo evento potrebbe segnare la fine del progetto di espansione della “Mezzaluna sciita” che mirava a consolidare un’egemonia regionale. Ma per Mosca, la situazione appare diversa: invece di una ritirata definitiva, il Cremlino sembra aver scelto una strategia di adattamento, mantenendo la sua presenza in Siria e ridisegnando il proprio ruolo.
Il sostegno russo ad Assad, in termini militari, è stato limitato durante le ultime offensive condotte da milizie ribelli come l’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), le Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA). Un fattore chiave dietro questo “basso profilo” è il peso del conflitto in Ucraina, che assorbe risorse cruciali dell’esercito russo. Tuttavia, questa scelta potrebbe riflettere una strategia politica più ampia: sganciarsi da un regime ormai insostenibile senza rinunciare agli interessi strategici nel Mediterraneo orientale.
Tartus e Hmeimim: le chiavi della presenza russa
Nonostante il ritiro di parte delle truppe terrestri verso la costa siriana, le basi di Tartus e Hmeimim rimangono operative. Tartus, sede della principale base navale russa nel Mediterraneo, ospita una presenza navale ridotta, ma simbolicamente significativa: sottomarini classe Kilo, fregate classe Admiral Gorshkov e altre unità sono rimaste ancorate durante la caduta di Damasco, pronte a rispondere agli sviluppi sul campo.
Anche la base aerea di Hmeimim, fulcro delle operazioni russe in Siria, resta attiva con caccia Su-34, elicotteri e sistemi radar in piena funzione. Questo dimostra che Mosca non ha intenzione di abbandonare il suo avamposto strategico nella regione. Le forze aeree e navali rappresentano un messaggio chiaro: la Russia è ancora presente e pronta a difendere i propri interessi.
La diplomazia russa rispetto alla Siria di Assad: alleati, ribelli e pragmatismo
Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha recentemente ribadito l’impegno della Russia verso la Siria, sottolineando la priorità di proteggere cittadini e strutture russe. Tuttavia, la dichiarazione lascia intravedere una nuova fase della politica russa: la possibilità di dialogo con le fazioni ribelli. Grazie alla mediazione turca, Mosca potrebbe aver già avviato contatti con i nuovi attori del potere siriano, cercando di garantirsi un ruolo nella fase di transizione.
Le parole di Zakharova, che evocano il sostegno alla “sovranità, unità e integrità territoriale della Siria,” mostrano un chiaro intento di posizionarsi come interlocutore stabile nella regione. Nonostante l’apparente smarcamento da Assad, Mosca rimane concentrata sul mantenimento della sua presenza strategica, soprattutto nel Mediterraneo, considerato vitale per la politica estera russa.
La Siria di Assad, la Russia, l’Iran: la partita è aperta
La caduta di Assad non è la fine della partita per la Russia in Siria. Al contrario, Mosca sembra giocare una nuova strategia, combinando pragmatismo politico e presenza militare ridotta ma efficace. La sopravvivenza delle basi di Tartus e Hmeimim, così come l’apertura al dialogo con le fazioni ribelli, indicano che il Cremlino non ha alcuna intenzione di abbandonare un Paese fondamentale per i suoi interessi geopolitici.
Mentre l’Iran perde terreno nella sua ambizione egemonica, la Russia si adatta a un panorama in rapida evoluzione, dimostrando una volta di più come la politica estera di Mosca sia plasmata da un freddo calcolo strategico, piuttosto che da ideologie o legami personali.
In Siria, la partita è tutt’altro che chiusa, e il Cremlino intende restare al tavolo.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





