Steven Soderbergh, in tutta la sua filmografia, ha sempre giocato sul filo dello sperimentalismo estremo e delle logiche di mercato cinematografiche. In una delle carriere più prolifiche di Hollywood – due film all’anno, di media -, il regista ha sempre trovato la sua chiave di lettura della condizione umana attraverso un cinema senza compromessi. Anche quando si tratta di rivalutare e mettere di fronte a sé stesso un genere, riattualizzando. Ed è esattamente quello che Black Bag: Doppio gioco fa, rimettendo al centro della narrazione del genere delle spy story il concetto stesso di verità, modernizzandolo in una società dell’informazione e del capitale informazionale in cui i dati sono il vero denaro. L’informazione è cruciale, la verità la moneta di scambio. Ma cosa succede quando questa logica ed etica della verità si interseca all’interno di una storia di una coppia di spie inglesi? Black Bag ci pone di fronte ad una società in cui nessuno è invisibile, in cui nessuno mente e nessuno dice la verità.
Il dovere della verità, della parresia, diventa totalmente un opzione in un epoca in cui tutto si fa simulacro, in cui tutto si fa apparenza e non sostanza. Soberbergh ci immerge in un mondo chiuso, vuoto e stantio fatto di uffici e personaggi che sembrano non avere emozioni proprio perché il loro lavoro di spie, e quindi di eterni bugiardi, glielo richiede. Ed è quindi la stessa messa in scena a farsi asettica, asciutta per immergerci fin dentro le profondità di Black Bag. Gira un film che fa dello sguardo laterale, non univoco, non mediano, non reale, il suo punto di forza. Ed è lo sguardo stesso della macchina a farsi sghembo, inclinato, che sembra sempre spiare i personaggi da sotto o da sopra le loro teste. Solo quando la vera verità viene a galla Soderbergh decide di usare una soggettiva. Solo quando noi siamo messi contro l’incontrovertibilità della verità marmorea diventiamo vittime e carnefici allo stesso tempo.
Black Bag: Doppio gioco o dell’essere bugiardi

George è una spia inglese interpretata da un Michael Fassbender che ricorda a tratti il Killer di David Fincher. È sposato con Kathryn (Cate Blanchett), anche lei spia a servizio di sua maestà il Re e splendida femme fatale. Quando George viene a sapere dal suo superiore Meacham che un software top secret dal nome Severus è stato trafugato, è incaricato di scoprire chi sia la talpa. E, tra i sospettati, c’è sua moglie Kathryn. E, oltre a lei, altri quattro amici della coppia. George dovrà quindi scoprire chi, intorno a lui, sta mentendo ed è una spia tra le spie. Soderbergh apre il film con una Steady Cam a spalla che ricorda tantissimo il Copa Shot del Goodfellas Scorsesiano, immergendoci subito nel mondo di George, fatto di informazioni, spionaggio e verità nascoste. Anche tra moglie e marito, dove il termine “Black Bag” viene usato come motivo per non rivelare dove e perché i due vanno dove vanno o fanno quello che fanno. Una scappatoia, un lascia passare che funziona sempre per nascondere le proprie azioni.
Black Bag racconta di come alla verità si opponga la segretezza dell’occultamento a tutti i costi. La necessità, spasmodica, di mentire diventa strumento di potere. La bugia si trasforma nell’esercizio del potere autoritario e spregiudicato, così come negli apparati anche nelle vite private. Ogni personaggio mente all’altro, creando uno strato superficiale in cui ogni voce non è mai quella della verità. Mentono sulle proprie relazioni, sulle loro vite e sui loro interessi perché abituati a farlo. E quindi il film si fa impossibile da scrutare per lo spettatore, anche grazie ad una sceneggiatura logorroica e verbosa in cui anche la parola stessa si fa eccitazione e materia “sexy”. Parole e termini incomprensibili per il pubblico (forse troppo) perché parti di una logica dell’occultamento, del non capibile.
Erotismo della parola
Soderbergh gira un film altamente erotico attraverso il solo uso della parola. Nessun fisico, nessun corpo: solo la parola a restituire quell’erotismo carico di non detti e, appunto, di non verità. Ma Soderbergh, attraverso questo scarto, sceglie di mettere, anche se sotto traccia, al centro, la condizione umana. Come, del resto, in tutto il suo cinema. George è intransigente, ineluttabile, anche quando si tratta di sua moglie. Ma allo stesso tempo dubita, non è sicuro. Ed entra in una pericolosa spirale autodistruttiva quando si rende conto dei poteri in gioco. E allora Soderbergh e lo sceneggiatore leggendario David Koepp decidono, in sostanza, di riportare tutto il discorso all’uomo e alle sue fragilità. All’indecisione etica, tutta moderna, se sacrificare l’amore o il lavoro. O, in questo caso, la patria. Ridotto al suo nocciolo, Soderbergh e Koepp ci dicono una cosa: come per Eastwood in J. Edgar, la verità non può eticamente appartenere ai sistemi di potere.
Alessandro Libianchi
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