In occasione della presentazione dei Sustainable fashion awards 2025 di Camera Moda, che andranno in scena il prossimo settembre al Teatro alla scala di Milano, Carlo Capasa si esprime in merito alla questione caporalato nella moda. Le parole sono riferite agli ultimi casi mediatici, come quello di Loro Piana, finita in amministrazione giudiziaria per non aver controllato i fornitori, che invece sono accusati di sfruttamento sul lavoro.
Caporalato nella moda, parla il presidente di Cnmi Capasa

“L’equazione tra lusso e sfruttamento del lavoro è sbagliata. Il comparto impiega 600mila lavoratori, di cui solo 30 mila irregolari secondo i dati Istat. Siamo tra i settori con l’incidenza più bassa. La vera filiera illegale è molto limitata. I fornitori che non rispettano le regole rappresentano meno del 2% della produzione totale di un brand”, dice. E sostiene che “I marchi sono la parte lesa, In molti casi il subappalto viene eseguito anche se vietato dal contratto del brand. È in atto una campagna contro il Made in Italy che sta spingendo l’esportazione cinese a basso costo nel nostro Paese. Demonizzare il lusso e i suoi prezzi è un attacco al sistema Italia e al valore della filiera”.
Attualmente, Camera Moda sta collaborando con il ministro Adolfo Urso del Mimit proprio a una legge sulla legalità. “Siamo tra i primi promotori di questa iniziativa. Un commissario sarà insediato per aumentare i controlli nel caso in cui il capo filiera non riesca a seguire tutte le fasi”, continua Capasa. “Abbiamo 8 tavoli attivi con brand grandi e piccoli ed esperti per ragionare sui temi specifici. In Europa siamo nella commissione eco-design dove rappresentiamo il settore su temi come il passaporto digitale. In Italia abbiamo fondato il consorzio sul fine vita dei prodotti. E siamo tra i primi formatori della protocollo sulla legalità”.
Infine, lancia un appello alle istituzioni: “L’industria della moda non ha un colore politico. Il sistema produttivo italiano va tutelato. Ai governanti dico di smettere di schierarsi, perché la moda è una sola. Evitiamo grandi proclami per fare campagna elettorale a scapito di grandi brand e che rischiano di massacrare la filiera nel medio termine”.
Marianna Soru





