“È un momento bellissimo quando alla fine di una infusione (la mia ventitreesima!!) ti portano il budino al cioccolato”, scrive qualche mese fa Giovanni Allevi sul suo profilo Instagram, cercando di farsi forza. Come spiega ai microfoni della redazione del Corriere della Sera, non si sta sottoponendo a chemioterapia.
Giovanni Allevi è ancora sotto flebo per il mieloma che l’ha colpito, ma non si tratta di chemioterapia: “È un farmaco che mi fa stare male per 10 giorni, sbarellato direi, come se avessi la febbre e anche il dolore delle ossa aumenta. Ma l’effetto è quello di rinforzare il tessuto osseo”. Dopo tre anni di lotta, Allevi definisce l’ospedale come una sua “seconda casa”. “Lì trovo coraggio e forza, il talento dei medici e la grande professionalità del personale ospedaliero”.
Nell’intervista ha avuto modo di parlare delle cure che sta ricevendo e del rapporto instaurato con gli altri pazienti che incontra, che gli stanno dando la forza per andare avanti: “È una forza che ricevo anche dagli altri pazienti in quello che per me è un luogo sacro: la sala d’accettazione all’Istituto dei tumori. Una stanza grandissima con tanti guerrieri. Ci aiutiamo, ci abbracciamo”. Ammette di aver sbirciato le statistiche di sopravvivenza: “Secondo le statistiche io ho davanti due anni ancora, ma prometto che festeggerò i 95 anni, perché non credo alle statistiche”.
Oggi Giovanni Allevi vive “come se non ci fosse un domani”. “Quando riesco a sentire che ogni secondo che mi viene dato è un miracolo allora sì sto vivendo pienamente il presente”, ha aggiunto il compositore. Il momento più duro negli ultimi tre anni? “Quello della diagnosi è devastante, crollano tutte le certezze e si sperimenta una solitudine profonda, abissale”, ha raccontato al Corriere della Sera. Ma la dottoressa che gli ha comunicato la diagnosi ha aggiunto una frase che Allevi ricorda bene ancora oggi: “La diagnosi è il primo passo verso la guarigione”.
Il prossimo 17 novembre, domani, arriverà in sala il docufilm Back to life, presentato alla Festa del Cinema di Roma a ottobre: “Da tempo c’era l’idea di realizzare un documentario sulla mia esperienza artistica, ma non ero convinto perché negli ultimi anni mi sento come fossi un gatto sotto la credenza. Poi la malattia mi ha catapultato in un’altra dimensione e ho capito che questo film possiede una forte valenza sociale. Allora vale la pena uscire da sotto la credenza”.





