Nello spazio di LetteralMente Donna di oggi, una scienziata eccezionale che ha sacrificato la sua vita per lo studio e la protezione dei gorilla di montagna in Africa. Il suo nome è Dian Fossey e questa è la sua storia
Dian Fossey, gli inizi e il primo viaggio in Africa

“Quando capisci il vero valore della vita, di ogni vita, pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro”. Questa frase è uno degli ultimi appunti di Dian Fossey, una scienziata che ha passato la sua vita in Africa per lo studio e la tutela dei gorilla di montagna che sono una specie in via d’estinzione a causa del bracconaggio, del turismo selvaggio e delle guerre civili africane. Lei, di origini americane, era arrivata in Africa dopo un ripido cammino. I suoi infatti si erano separati e lei non ebbe mai un buon rapporto ne con il padre ne con il patrigno che sognava per lei una carriera diversa.
Tuttavia la Fossey ha sempre seguito le sue aspirazioni iscrivendosi alla facoltà di veterinaria spinta dal suo grande amore per gli animali e poi dopo diverse difficoltà si laureò in terapia occupazionale. In seguito divenne direttore del dipartimento di terapia occupazionale presso il Kosair Crippled Children Hospital. Qui conobbe il dottor Michael J. Henry e sua moglie che la invitarono per un primo tour in Africa.
Il ritorno in Africa
La Fossey, per problemi finanziari, inazialmente rifiutò poi nel 1963, dopo un prestito di 8000 dollari, si recò in Africa per sette settimane. Nel suo primo viaggio africano conobbe, in particolare, i paleontologi Louis e Mary Leakey che in Tanzania cercavano fossili di Ominidi e lo zoologo George Schaller che in Congo aveva condotto i primi studi pioneristici sui gorilla di montagna. Infine i fotografi naturalisti Joan e Alan Root le permisero di accamparsi con loro in Uganda. Tornata in Usa pubblicò una serie di articoli e foto sulla sua esperienza in Africa. Materiale che convinse Lousi Lakey a proporle di dirigere sul campo uno studio sui gorilla di montagna.
Il primo accampamento di Dian Fossey fu a Kabara dove lavorò con i suoi primi gruppi di Gorilla. Di questa esperienza ha scritto che ”I gruppi Kabara mi hanno insegnato molto sul comportamento dei gorilla. Da loro ho imparato ad accettare gli animali alle loro condizioni e a non spingerli mai oltre i vari livelli di tolleranza che erano disposti a concedere. Ogni osservatore è un intruso nel dominio di un animale selvatico e deve ricordare che i diritti di quell’animale prevalgono sugli interessi umani”.
Lo studio dei gorilla e Gorillas in mist
Dian Fossey rimase in Africa fino alla sua morte. Furono vent’anni in cui studiò approfonditamente, soprattutto in Ruanda dove si spostò nel 1967 a causa della guerra civile, i gorilla di montagna e il loro stile di vita. In particolare la Fossey capì che i gorilla si riunivano in piccoli gruppi di 12 membri dotati di un leader maschio con il pelo argenteo sulla schiena definito silverback e che avevano tra loro legami familiari stretti in base a cui si proteggevano a vicenda e non si separavano mai. La Fossey raccolse i suoi studi nel libro “Gorillas in the mist” che postumamente nel 1988 divenne il titolo di un film sulla sua vita in cui la celebre scienziata è interpretata da Sigourney Weaver.
Il bracconaggio e la morte
In Ruanda Dian Fossey si rese conto che i gorilla di montagna andavano, per evitare l’estinzione, attivamente difesi dal turismo selvaggio e soprattutto dal bracconaggio. Per questo, nel Volcanoes National Park dove lavorava e dove fondò il Centro di ricerca di Karisoke, inizio a combattere i bracconieri distruggendo le trappole e usando maschere della stregoneria locale per spaventarli. Inoltre dopo la morte dell’amato gorilla Digit a causa dei bracconieri, istituì un fondo per fornire più mezzi alle guardie del parco per difendersi dal bracconaggio. Questo le causò non pochi nemici tanto che il 26 dicembre 1985 fu uccisa a colpi di machete nel suo capanno. Per la sua morte venne accusato un giovane assistente americano che si rifugiò negli Usa. Ancora oggi il suo assassinio rimane senza colpevoli ma l’ipotesi più probabile e che siano stati gli stessi bracconieri ad ucciderla.
Stefano Delle Cave
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