Dopo cinque anni dalla sua scomparsa, Renato De Maria porta sullo schermo la vita di Franco Battiato con un biopic che è stato al cinema dal 2 al 4 febbraio e trasmesso su Rai 1 il 1° marzo.

Il film si apre con un’immagine che colpisce subito: l’Etna innevato, primordiale, quasi alieno nella sua imponenza. Non è soltanto uno sfondo, ma una dichiarazione poetica che precede la narrazione. La Sicilia qui diventa più di un luogo geografico: è una matrice spirituale, il punto da cui tutto prende forma e a cui tutto inevitabilmente ritorna.

Franco Battiato: l’infanzia e la formazione artistica

È in questo scenario che conosciamo il giovane Franco: un bambino con il naso sanguinante, circondato dai compagni curiosi, ignaro del destino che lo attende. La sua infanzia è attraversata dalla dolcezza attenta della madre e dall’assenza paterna, un padre scettico riguardo alla sua passione per la musica, interessato solo agli studi. Fin da allora, Franco porta dentro di sé quella sensazione ostinata di non appartenere del tutto al mondo che lo circonda, un’ombra di inquietudine che segnerà tutta la sua vita.

Il trasferimento a Milano apre la stagione della ricerca. Sono anni di sperimentazioni radicali, di suoni che sfidano le convenzioni, di meditazione e silenzi. Il film attraversa questa fase senza appesantirla, suggerendo più che spiegando la tensione interiore di un artista in continua trasformazione. Poi arriva la svolta: La voce del padrone, spartiacque della musica italiana, capace di fondere profondità filosofica e immediatezza pop. Non è solo un successo discografico: è un terremoto culturale che porta brani complessi nelle case di tutti.

La costruzione di un’identità musicale e umana

La sceneggiatura di Monica Rametta segue una linea nitida, privilegiando il percorso umano dell’artista. Al centro del film resta il rapporto con la madre, figura che incarna l’essenza stessa della “cura”, un tema destinato a diventare uno dei vertici poetici del suo universo creativo. Il racconto intreccia la crescita del talento musicale di Battiato con gli incontri che hanno realmente plasmato la sua carriera: Giuni Russo, Juri Camisasca e soprattutto Giusto Pio, amico e coautore di molti dei brani più iconici. Attorno a questo nucleo si muovono collaboratori, amici e compagni di viaggio, che contribuiscono a delineare un’identità sospesa tra sperimentazione e ricerca di un suono riconoscibile e al contempo inclassificabile.

Un protagonista straordinario

La vera scommessa del film è l’interpretazione di Dario Aita, uno tra i più grandi attori del cinema italiano contemporaneo, già notato da Paolo Sorrentino in Partenope. In questo ruolo, Aita trova finalmente piena valorizzazione, offrendo una prova intensa e misurata che dimostra tutto il suo virtuosismo.

La sua interpretazione di Battiato non si limita a riprodurre gesti o movimenti: ne cattura l’essenza più profonda, la delicatezza degli sguardi, la postura, il ritmo dei silenzi. Evidenzia quell’ossessione per un suono puro che ha sempre animato l’artista, nonostante la tecnica musicale non fosse il suo punto di partenza. 

La sua immedesimazione è stata talmente profonda da conquistare fin dal primo provino non solo il regista, ma anche Cristina, la nipote di Battiato, che si è subito riconosciuta nei gesti e nei movimenti dell’attore.

‘La Cura’ come gesto d’amore

Ma è nel rapporto con la madre, interpretata da una bravissima Simona Malato, che il film trova la sua vibrazione più autentica. Dall’inizio alla fine è lei la costante. C’è un momento, tra i più intensi, in cui Franco canta davanti al Papa e la macchina da presa si sofferma su di lei, commossa. È attraverso i suoi occhi che comprendiamo davvero il senso di quel percorso. E soprattutto è attraverso lei che si compie il cerchio: se per tutta la vita è stata lei a prendersi cura del figlio, ora è lui a restituire quella cura. In questo ribaltamento silenzioso nasce – o meglio, si rivela – la genesi più intima de La Cura. Non come successo discografico, ma come gesto d’amore.

È una contrapposizione potente e delicata insieme, che restituisce il cantautore nella sua nudità umana, lontano dal monumento e vicino alla fragilità.

“Il lungo viaggio” lo è davvero in tutti i sensi: geografico, artistico, spirituale. Un attraversamento che va dall’infanzia alla maturità, dalla sperimentazione al pop, dall’irrequietezza alla consapevolezza. Un film profondo, necessario, che meritava di essere realizzato.