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“Gangster Squad”: Mickey Cohen e la Los Angeles anni 40 questa sera su Iris

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La Los Angeles della fine degli anni 40 ha un solo padrone: Micky Cohen. Gioco d’azzardo, droga, armi, prostituzione: è tutto nelle mani dello spietato gangster e della sua enorme organizzazione criminale. Nel disperato tentativo di mettere un freno al suo dominio assoluto, il LAPD crea una squadra speciale, la Gangster Squad, con l’esplicito scopo di mettere fine al regno di Cohen.

E’ roba tosta mettersi a girare un gangster movie nel 2013 e non essere nessuno dei numi tutelari del genere, che pure dal canto loro – vedi Martin Scorsere con “The Irishman”, di cinque anni più giovane – tradiscono una certa crisi narrativa e formale.

Gangster Squad: tutti sul carrozzone della gangster-mania

Se poi ti chiami Ruben Fleischer e arrivi dalla horror comedy di “Benvenuti a Zombieland” il rischio di rimanere impantanati in un progetto con tali e tanti predecessori è dietro l’angolo. Effettivamente, in un epoca cinematografica che ha visto portare sul grande e piccolo schermo una quantità spropositata di gangster story ed affini, al buon Micky Cohen e alle sue discutibili imprese mancava l’onore e l’onere una narrazione filmica.

Non deve essere parso vero a quelli della Village Roadshow un vuoto del genere, tanto da farli correre a far adattare a Will Beall (“Aquaman“) l’omonimo romanzo di Paul Lieberman, raccogliere una manciata di grossi nomi per il cast, e via con le riprese. Più che da reali necessità e desideri descrittivi, “Gangster Squad” sembra una pellicola progettata e realizzata per essere buttata nel ribollente calderone dei gangster movie e racimolare quanto si riesce. L’illusione che quella LA tanto cara a James Ellroy, infernale e cannibalesca, possa finalmente trovare una degna trasposizione cinematografica muore sin dalle prime battute, così come la speranza che il gangster movie possa essere arrivato alla tanto attesa evoluzione.

Gangster Squad: più intrattenimento, meno epica

Il rischio di sfigurare di fronte ai mostri sacri del genere è bellamente scansato: la partita si gioca su campi diversi. Dalla fotografia ipersatura tanto in voga a dei personaggi-stereotipo costruiti più con l’accetta che con il cesello, è quasi immediatamente chiaro che la grandeur criminale che si sta raccontando è tutta finalizzata all’intrattenimento chiassoso che a qualsivoglia pretesa narrativa o, dio ce ne scampi, autoriale. Epica criminale in formato supermercato, che i grossi nomi coinvolti non riescono in alcun modo ad elevare.

Da Josh Brolin, leader della Squad, a Sean Penn, un Micky Cohen spesso ai limiti del caricaturale, a Ryan Gosling ed Emma Stone, tutti i nomi in cartellone fungono più da efficacissimo specchietto per le allodole che attori di talento messi nelle migliori condizioni. Alle quintalate di sangue sullo schermo ne corrisponde una totale mancanza in termini di calore nella messa in scena: tutto come dovrebbe essere per cavalcare l’hype del momento, ma senza alcuno straccio di anima. Un carrozzone di puro intrattenimento e poco altro, pop corn movie per adulti immerso in quella forma di malinconia squisitamente americana per i bellissimi e tremendi tempi che furono. Costata 60 milioni di dollari, Gangster Squad ne ha incassati quasi il doppio, con buona pace di detrattori e cultori della sana mitologia criminale di una volta.

Andrea Avvenengo

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