Dall’omonimo bestseller di Gillian Flynn, con “Gone Girl” David Fincher aggiunge l’ennesimo pezzo al suo allegorico puzzle cinematografico sulla contemporaneità della società occidentale. I suoi totem, la sua ritualità, le sue maschere, i suoi break psicotici collettivi.
Amy (Rosamund Pike) è scomparsa, andata, gone. E’ la vigilia del quinto anniversario del suo matrimonio con Nick (Ben Affleck), un’unione da favola tra due individui brillanti, di successo, costretti dalla recessione ad abbandonare New York per ricostruirsi una vita nel natio Missouri di Nick.
“Gone girl”: la tragedia greca ai tempi dei media
Il circo mediatico si divora immediatamente il caso, e presto le indagini e gli indizi non possono che convergere sulla figura di Nick e sui profondi conflitti che la coppia nascondeva sotto la maschera della american happy family. Quale livello di attinenza alla Verità sarà disposto ad accettare Nick perché la sua e altrui esistenza non finisca sacrificata sull’altare dei tempi moderni? Nella sua multiforme quanto narrativamente coerente filmografia, mancava ancora a David Fincher una pellicola che tornasse così spudoratamente alle forme e alla sostanza archetipica della tragedia greca. Un contemporaneo gioco dialettico di maschere, coro e capicoro, prologo, parodo, episodi ed esodo.
E’ una società di maschere, che nella propria pedissequa distinzione di ruoli e funzioni crea la propria narrazione, la propria linfa, la propria unica, autoriferita ragione di essere. Un insieme di valori costitutivi che la crisi economica, prima del resto, ha privato di un muro portante, del tappeto di benessere sotto cui nascondere la vera natura di ognuno. L’incepparsi di un ingranaggio fondamentale che blocca tutto il sistema e che fa cadere le prime maschere. Come quella del provinciale e naif parvenu Nick, prima capace di gettare i semi della zuccherosa, favolistica storia d’amore con la “complessa newyorchese” Amy. Poi, privo della fondamentale stampella economica, finito all’ultimo posto della catena alimentare sociale. Al suo contrario, Amy ha ben cosciente il potere costruttivo e distruttivo della maschera. Cresciuta alla scomoda ombra del proprio perfetto alter ego, l’”Amazing Amy” fumettistica che ha reso ricchi e celebri i genitori, ha fatto della dissonanza cognitiva nei confronti della propria identità un elemento fondante – e di assoluto successo – della propria formazione come essere sociale. Ben venga, quindi, il diventare una gone girl se necessario.
“Gone Girl”: dalla lezione di Hitchcock e oltre
La realtà è, come una divinità pagana, una dimensione capricciosa e brutale. L’unico modo per cavalcarla con profitto è adeguarvisi con estrema cura, attenzione per i dettagli e un armadio pieno di sufficienti, credibili maschere. Che si traducano in psicosi o belluina strategia di sopravvivenza, ha poca importanza. E quindi anche la famiglia, come l’amore, diventa una sovrastruttura fondamentale perché la tragedia umana possa continuare fino al prossimo atto nel rispetto delle reciproche parti. Una formalità necessaria. Sotto l’occhio vigile e spietato di quel coro super partes che è l’inarrestabile mostro mediatico che di quelle storie di presunta cronaca nera si ciba avidamente. E che allo stesso tempo ne produce interpretazioni a proprio uso e consumo. Un coro che, come da tradizione, sovrintende i protagonisti e ne giudica ruoli, destini, responsabilità. Un quinto potere che trasforma vittime in carnefici e viceversa, avocati in PR, tragedie culturali in favolette moraleggianti a digestione velocissima.
E’ difficile non vedere nell’eccezionale interpretazione bifronte di Rosamund Pike evidenti riferimenti alla più pura scuola hitchcockiana, la Madeleine de “La donna che visse due volte” di Kim Novak. Così come nella costruzione che fa Fincher della vicenda, squisitamente thriller nella concezione più classica del termine e declinata secondo quella cupa, ansiogena poetica che abbiamo già visto in “Zodiac”. Altro enorme lavoro del nostro intorno a verità, illusioni di verità e simulacri di verità. Ne esce bene anche Ben Affleck, nei panni del provincialotto yankee tutto retaggi culturali e illusioni di un ordine qualunque, purchè facile ed immediato.
Forma e sostanza
E’ l’essenzialità dell’immagine ciò che pare stare a cuore al regista. Nessuna sovrabbondanza, né eccessi. C’è il rischio di distrarre dal senso del tutto. E non a caso, come già fatto con “Uomini che odiano le donne” Fincher torna a servirsi della premiata ditta Trent Reznor-Atticus Ross. L’ apocalittica alternanza di tese malinconie acustiche e drone da fine del mondo puntella la vicenda di ulteriore senso di imminenza e malessere in fieri. Un lavoro enorme, stratificato e tanto pessimista quanto poco discutibile nelle sue posizioni, presentato sotto un’avvincente, elegante veste da amaro thriller moderno.
Andrea Avvenengo
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