Per anni le persone hanno fantasticato su un futuro progressista, ricco di innovazioni e, perché no, auto volanti. Sarei lieta di potervi raccontare una notizia altrettanto avanguardistica, in linea con quell’immaginario. Mio malgrado sono costretta a deludervi perché, quanto accaduto in questi giorni, è tutt’altro che rivoluzionario. È preoccupante, infatti, scoprire che Gabriele Nunziati è stato licenziato per aver posto in Commissione europea una domanda avvertita scomoda, ma definita da Agenzia Nova “tecnicamente sbagliata”. Di sbagliato, purtroppo, sembra esserci solo la scelta di ignorare quanto sancisce la Costituzione in merito alla libertà di espressione.
Il licenziamento è il riflesso di un’Italia che censura
Se dopo aver letto le prime righe pensate che la gravità si riassuma solo nell’atto di Agenzia Nova, vi invito a guardare più a fondo. Quanto accaduto a Gabriele Nunziati cela una problematicità ben più radicata. Il suo licenziamento è il riflesso di un’Italia che, ancora oggi, censura, limita e nasconde. Come ulteriore aggravante si somma poi la consapevolezza di poterlo fare anche alla luce del sole, senza affanno né ripercussioni. Non è assolutamente scontato conoscere il caso affinché se ne possa parlare. Più spesso di quanto si immagini dinamiche analoghe a quella di Nunziati avvengono con quotidianità, ciò che li differenzia è l’effetto mediatico che queste possono generare.
Il caso di Gabriele non presenta alcuna ambiguità o margine d’incomprensione. I giornalisti presenti durante la conferenza stampa a Bruxelles erano numerosi e, come di consueto, sono chiamati appositamente per porre domande alla Commissione. Una dinamica standard, niente di eccezionale. Raggiunto il momento in cui Nunziati era tenuto a scegliere una domanda da porre, ha individuato quella su cui tantissimi cittadini si interrogano dall’inizio del genocidio in Palestina. “Se la Russia dovrà pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, lei crede che anche Israele dovrà farlo per Gaza?”, rivolgendosi alla portavoce Paula Pinho che, pur trovando la domanda “interessante” ha scelto di non rispondere. La domanda, ad essere onesti, non è solo interessante. È necessaria e mette l’accento su problematiche ben consolidate.
Una domanda scomoda, non “fuori luogo”
È a causa della polemica nata che Agenzia Nova ha scelto di rendere pubbliche le motivazioni che hanno spinto il licenziamento del suo collaboratore. Motivazioni che, purtroppo, sono apparse a molti scarne. Hanno ritenuto il suo intervento “fuori luogo” e tecnicamente sbagliato, soffermandosi poi sulle differenze sostanziali tra Russia e Israele. Tuttavia chiedersi se e in quale misura Israele si impegnerà a finanziarne la ricostruzione “visto che ha distrutto quasi tutta la striscia e le infrastrutture civili” non è scorretto. Scomodo, per alcuni, senz’altro. Lo stesso consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha sottolineato, in merito alla vicenda, che “il ruolo del giornalista è quello di porre domande scomode”. Non possiamo, quindi, tacere quando una professione tutelata da un diritto costituzionale viene oppressa.
La vicenda, al di là del singolo episodio, solleva una questione più ampia sul ruolo del giornalismo e sul senso stesso della democrazia. Pertanto il licenziamento di Nunziati deve allarmare. Deve accendere in tutti una preoccupazione fondata perché, ancora una volta, viene scelta la censura all’onestà. Preposta al rispetto professionale e alla verità, anche quando scomoda. Forse in passato i tentativi di mettere a tacere voci, idee od opinioni poteva funzionare. Oggi, fortunatamente, diventa sempre più complesso. La storia, d’altronde, ce lo insegna: la verità temuta e taciuta prima o poi viene a galla.
Stefania Cirillo





