Il caso Tortora è stato uno dei più grandi processi mediatici degli ultimi quarant’anni e l’impatto che la vicenda ha avuto sui mass media è stato esponenziale: parafrasando Aldo Grasso le reti mandavano in onda, ininterrottamente, le immagini di Enzo Tortora. La televisione, che aveva fatto amare Enzo Tortora dal pubblico, si è poi trasformata in un tritacarne vergognoso mutando una notizia rivelatasi un errore giudiziario in un ignobile processo mediatico.

Il caso Tortora: l’accusa, l’arresto e gli errori commessi

Caso Tortora
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Sono le 4 di notte del 17 giugno 1983 quando ha inizio quello che nel tempo diventerà il Caso Tortora, uno dei più grandi processi mediatici degli ultimi quarant’anni. Enzo Tortora, volto simbolo della televisione italiana e ideatore del fortunato programma Portobello, è accusato di traffico di stupefacente e associazione di stampo camorristico. L’accusa proveniva da Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (detto “Gianni il bello”) e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo. A questi si aggiungono otto imputati nel processo alla Nuova Camorra Organizzata fra cui Michelangelo D’Agostino. A queste accuse, a loro volta, se ne aggiungeranno altre: quelle del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e della moglie Rosalba Castellini: la coppia aveva dichiarato di aver visto Enzo Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3, accuse rivelatesi successivamente false.

L’elemento oggettivo che porta all’accusa e al conseguente arresto, e che fomenterà il Caso Tortora, si fonda esclusivamente su una agendina rinvenuta presso l’abitazione di Giuseppe Puca, un camorrista detto O’Giappone, che reca un nome scritto a penna. Questo nome, apparentemente, pare essere quello di Tortora: accanto compare un numero di telefono. Successivamente si scoprirà che quel nome scritto non era ”Tortora” ma ”Tortona” e che neanche il recapito telefonico apparteneva al presentatore, prova che solo successivamente è stata sottoposta a verifica.

Le indagini e l’inizio dell’eco mediatico

L’unico contatto avuto da Tortora con Giovanni Pandico si attua attraverso la vicenda dei centrini; quest’ultimi, provenienti dalla struttura in cui Pandico era detenuto, erano indirizzati a Portobello affinché fossero venduti all’asta. La redazione di Portobello, sommersa di materiale inviato da tutta Italia, aveva perso i centrini e per tale motivo Tortora scrisse una lettera di scuse a Panico. Una vicenda conclusa con un assegno di rimborso di 800.000 Lire, ma solo apparentemente; Pandico, da paranoico qual era, aveva maturato sentimenti di vendetta verso Tortora tanto da iniziare a scrivergli delle lettere intimidatorie a scopo di estorsione. Enzo Tortora si trova, suo malgrado, coinvolto in un’indagine frutto di una maxi-inchiesta: a conclusione della retata gli arresti sono 856. Da questo momento ha inizio il Caso Tortora o meglio, la risonanza di un’eco mediatico vergognoso che ha masticato e triturato un uomo innocente. Aldo Grasso in Storia della Televiosione (1998) scrive:

 “Le reti Rai mandarono in onda ininterrottamente e senza pietà le immagini del conduttore ammanettato”

Aldo Grasso, Storia della Televisione, vol. 2, Garzanti, 1998

Enzo Tortora è attaccato in ambito giornalistico sulla sua persona e sulla sua dignità, anche con la costruzione ad hoc di narrazioni e falsi scoop; si andava, in questo modo, a infangare e decostruire la figura professionale e umana prima di tutto di un uomo e poi di un collega. Un innocente linciato dai giornali e dalle emittenti che per cavalcare l’ondata di emotività della notizia approfittavano di quella che oggi forse, e senza remore, si potrebbe definire pornografia del dolore: il dolore di un uomo innocente e perbene. La giornalista Camilla Cederna, che nel 1969 difendeva l’anarchico Pietro Valpreda condannato e poi assolto per la Strage di Piazza Fontana, si pronunciava in tal modo sul Caso Tortora:

“Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”. E non mi piaceva il suo Portobello: mi innervosiva il pappagallo che non parlava mai e lui che parlava troppo, senza mai dare tempo agli altri di esprimere le loro opinioni. Non mi piaceva neppure il modo con cui trattava gli umili: questo portare alla ribalta per un minuto la gente e servirsene per il suo successo personale era un po’ truffarla. Il successo ottenuto così si paga. Non dico che tutti quelli che hanno un successo di questo genere finiranno così, ma lui lo sta pagando in questo modo. Non ho per ora elementi per dire di più”.

Parole dure che sembrano prendere in considerazione più le antipatie personali, invece che le carte processuali. Pensiero che sarà poi espresso, egregiamente, da Leonardo Sciascia nel 1987:

”Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa in “innocentisti” e “colpevolisti” – in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli”.

Leonardo Sciascia, El País, 1987

Caso Tortora, un processo mediatico

Il Caso Tortora aveva sì diviso l’opinione pubblica ma tale scissione era stata, soprattutto, alimentata dal tritacarne abbacinante dei mass media che avevano dato alla mercé del pubblico un uomo e, per giunta, innocente. Tortora, oltre il calvario giudiziario, in questo momento tragico della sua vita subisce anche i commenti di chi guarda la sua esistenza, spesso romanzata, attraverso uno schermo. L’influenza dei mass media sul Caso Tortora è stata talmente indiscreta che il giornalista Giorgio Bocca, ai tempi, aveva definito tutta la faccenda come:

Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese”.

Tortora era l’agnello sacrificale, la ghiotta carne da macello che portava guadagni a chi diffondeva notizie: era l’emblema della legge uguale per tutti perché se anche un uomo dello spettacolo, famoso e in carriera, si trovava in quella circostanza significava solo una cosa: la legge era quindi uguale per ogni cittadino e la giustizia non solo un miraggio. Peccato che si accusava una persona senza alcun, reale, elemento probatorio solo per spettacolarizzare una tragedia e creare una risonanza mediatica indelicata.

Impatto dei mass media e teorie degli effetti

Le teorie degli effetti sui media possono spiegare l’influenza mediatica sui processi giudiziari; nell’ambito della comunicazione di massa, infatti, gli effetti dei media sono fondamentali nonostante le opinioni poi differiscano su tali e presunti effetti. Le principali aree in cui si possono raggruppare sono sei, tuttavia alcune sembrano più correlate a vicende di questo tipo. La teoria del frame, per esempio, implica il mettere o togliere cornici a una realtà per ottenerne un’altra. Spesso le notizie sono incorniciate in un certo modo dagli addetti del settore, e in un altro modo dal pubblico. Ma è questa ”incorniciatura” a far sì che tali notizie risultino più fruibili e più comprensibili all’utenza, specialmente se collocate in uno schema di convinzioni già cristallizzate e pregresse.

Dalla teoria del frame deriva un concetto psicologico, ovvero, il Priming che è l’attivazione; un effetto psicologico per il quale l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. Attraverso questo metodo si sceglie di privilegiare determinati argomenti in modo da giungere a un’attivazione celere dei meccanismi di giudizio da parte del pubblico che si trova ad apprendere la notizia. Nel caso della vicenda Tortora, molti spettatori del tempo avranno sicuro avuto un ”innesco” sul fatto che Enzo Tortora fosse un uomo noto.

Tra le teorie degli effetti è da menzionare anche la teoria della spirale del silenzio elaborata da Elizabeth Noelle-Neumann nel 1980 che si basa su uno schema causa- effetto: la società tende all’isolamento di soggetti che si discostano dall’opinione dominante o considerati devianti. Gli individui saranno portati a schierarsi con quella che percepiscono come opinione socialmente condivisa e ritenuta opportuna; azione che influenza un comportamento in quanto il soggetto, in tal modo, non è portato a esprimere la propria opinione liberamente. Un’evidenza abbastanza tangibile nell’eco mediatico avuto con la situazione di Tortora.

I difensori di Enzo Tortora: La lettera di Enzo Biagi al Presidente Sandro Pertini

Tanti si erano fatti schiacciare dalla teoria della spirale del silenzio e, tacitamente come ignavi danteschi, condannavano un uomo senza avere elementi concreti. Ma molti altri avevano deciso di non tacere; grandi firme del giornalismo come Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Indro Montanelli proclamavano a gran voce la difesa di Enzo Tortora. Enzo Biagi, poi, è stato in assoluto il primo giornalista a spendersi in difesa di Tortora attraverso una lettera aperta sul quotidiano La Repubblica del 4 agosto 1983:

“Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura”

La Repubblica, “E io difendo Enzo Tortora”, di Enzo Biagi, 4 agosto 1983

La lettera aveva avuto un’eco particolare sottolineando parecchi dettagli della maxi operazione e lacune della vicenda in sé. A difendere il presentatore, autore e giornalista anche Pippo Baudo, Leonardo Sciascia, Piero Angela e molti altri. Indro Montanelli scrisse:

“Le accuse secondo le quali Enzo Tortora sarebbe implicato nel grande affaire della camorra sono ancora tutte da provare: ma gli inquirenti hanno la convinzione che egli sia caduto nella rete: naturalmente, rete quattro”.

«Controcorrente», di Indro Montanelli, il Giornale

Il 17 settembre 1985 Tortora è condannato a dieci anni di carcere. La surreale vicenda giudiziaria di Tortora si conclude il 15 settembre del 1986. Quel giorno la Corte d’Appello di Napoli ”assolve con formula piena” il conduttore e giornalista; con il terzo grado di giudizio della Corte di Cassazione il 13 giugno del 1987 si mette fine, finalmente, non solo a un’ingiustizia perpetuata ai danni di un uomo innocente ma soprattutto si pone uno stop a quell’ingranaggio mediatico ”macina-notizie” che aveva usato per il proprio tornaconto la tragica vicenda di un uomo perbene, andando anche contro le regole deontologiche; la brama della notizia era diventata più importante del preservare la dignità di un uomo e collega.

Con il caso Tortora si è assistito alla spettacolarizzazione della sofferenza attraverso i media; un’informazione che non informava, ma creava sensazionalismi senza dati oggettivi grazie all’impatto emotivo che la storia aveva sul pubblico. La strategia del male che crea piacere e che oggi, soprattutto, piace tanto: ma nessun potenziale business vale il lucrare sulla sofferenza altrui.

Stella Grillo

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