Ricorre oggi l’anniversario di morte di Josè Saramago (1922-2010) grande autore del tardo Novecento e unico scrittore portoghese ad aver vinto il Premio Nobel. Uno stile affascinante, trame labirintiche e critiche sociali sono alcune delle sue peculiarità; una prolifica produzione letteraria e una prosa unica i suoi tratti distintivi. La prosa mette a dura prova tanto la sintassi quanto il lettore, i periodi si dilungano per pagine e pagine, con una punteggiatura quasi inesistente. D’altronde “Il caos è un ordine da decifrare”, riporta il frontespizio del romanzo L’uomo duplicato.

La vita modesta di Josè Saramago prima della notorietà letteraria

Nonostante le difficoltà economiche che lo portarono ad abbandonare gli studi, Saramago raggiunse elevati livelli di creazione artistica grazie al suo interesse per la letteratura. Nato nel 1922 nel Ribatejo portoghese in una famiglia contadina, fu costretto a interrompere gli studi per intraprendere vari mestieri. Assunto come redattore del giornale Diario de notíczas di Lisbona e poi come traduttore, nel 1947 pubblicò un romanzo, Terra do pecado, sulla miseria dei contadini della sua terra.

Dopo un ventennio di silenzio uscì una raccolta di poesie, Os poemas possíveis e volumi di cronaca. Soltanto negli anni Ottanta è balzato alla notorietà. Osannato e qualche volta contestato per le sue posizioni ideologiche, un fatto è incontestabile: dinanzi a opere come Memorial do convento, O Evangelho segundo Jesus Cristo, Ensaio sobre a Cegueira e Todos os Nomes non si può rimanere impassibili.

Tra trame labirintiche macro e microcosmiche

Cosa ci trasmette Saramago con i suoi romanzi? lo scrittore portoghese costruisce trame basate su ipotetiche situazioni capaci di stravolgere la normalità, che si tratti di quella macrocosmica – dell’intera umanità – o di quella microcosmica – della vita di un singolo uomo. Nel primo caso mette in luce – con sarcasmo e critica sociale – i lati negativi tanto degli organi istituzionali come Stato, Chiesa o Monarchia quanto dei singoli cittadini. Siamo tutti esseri umani, mossi da istinti che tentiamo di celare sotto il velo del progresso.

Nelle trame microcosmiche, invece, lo scrittore pone l’attenzione sui piccoli eventi della vita quotidiana in grado di cambiare completamente la sua visione delle cose. Ma il resto del mondo continua a scorrere, ignaro del caos che si cela nella mente del singolo uomo.

Lo ‘’stile orale’’ di Josè Saramago racconta la condizione umana

In una sorta di flusso di coscienza Saramago indaga le dinamiche della quotidianità, il fluire naturale delle conversazioni, tra continue digressioni e asindeti che costituiscono il complesso meccanismo del linguaggio. Anche i dialoghi, che siano tra due o più personaggi – compresi gli oggetti – sono soggetti alla medesima tecnica. Saramago rende la vita difficile al lettore. Egli si ritrova di fronte a lunghe conversazioni prive della punteggiatura convenzionale e talvolta dei nomi degli stessi interlocutori.

Lo scrittore distingue i personaggi chiamandoli con il nome della loro professione, posizione sociale o aspetto fisico, incrementando, così, la possibilità di immedesimazione durante la lettura. La caratteristica dell’opera di Saramago è il ricorso a uno stile narrativo da lui definito «orale» in un continuum di domande, risposte, interventi e considerazioni di un io-narrante che non è sempre lo stesso.

Ma si può parlare propriamente di ”stile” quando si parla di Josè Saramago?

Alla domanda ha risposto Saramago in persona:

«Il fascino proprio della letteratura orale non è incompatibile con lo stile. Due persone che raccontano non sono uguali: ognuna di esse ha il proprio stile. Portando il flusso della narrativa orale nella scrittura si crea una narrativa mista, per così dire: il processo della narrativa orale feconda il processo della narrativa scritta, rendendolo più ricco, più fantasioso, più plastico, prossimo al modo naturale di comunicare, che è quello parlato».

Il Messaggero, 12 maggio 1985, 7

È come se lo scrittore registrasse una conversazione a più voci, in cui gli interventi degli interlocutori – immediati e talvolta sconnessi – si susseguano su ritmi diversi, in un diluvio di parole e in un intrico di storia, visionarietà, parabole e proverbi, scanditi da una semplice virgola cui segue una maiuscola.

Nel tempo la produzione diventa meno tumultuosa, ma più profonda e percorsa da una maggiore attenzione alla dimensione etica

Cecità del 1995 è un romanzo che richiama alla mente La peste di Camus per ispirazione e spessore etico. In una città indefinita, un guidatore, in attesa che scatti il verde del semaforo, diventa improvvisamente cieco. Presto tutta la popolazione è colpita dalla cecità. I ciechi sono rinchiusi in un ex manicomio e abbandonati al dispotismo di coloro che non sono ancora contagiati.

Ma anche tra i ciechi regna la sopraffazione. In nome della sopravvivenza si afferma il regno dell’indifferenza e dell’egoismo, che si traduce in un crescendo di azioni violente. Solo una donna è preservata dalla cecità. Scelta come unica testimone della miseria morale degli uomini e degli orrori che ne conseguono, a lei viene affidato il compito di risvegliare la necessità dell’amore per il prossimo e il senso di responsabilità. Un leggero segno di speranza nei confronti dell’umanità che spezza la dimensione cinica dell’autore solo alla fine.

«Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono»

Alessia Ceci