Esiste un punto irreversibile? Un punto entro il quale non è possibile andare, che sia per etica o morale? Il punto critico, nei casi di femminicidio, è stato già raggiunto. In una situazione delicata come quella odierna l’accento non può essere posto sul mero dato numerico. Bisogna attenzionare nomi, persone, vite. La risposta non deve riassumersi nella ricerca di soluzioni al problema, ma di atti preventivi e costanti. Questo per impedire che alcune meccaniche di pensiero diventino sistematiche e sfocino nell’ultimo atto di violenza. 

Il femminicidio come atto ultimo della violenza

Trattare il tema del femminicidio oggi deve essere una scelta obbligata e necessaria per far fronte a chi un problema non riesce ancora a vederlo. Ne è la dimostrazione chi afferma che i femminicidi non esistono. Che un omicidio resta tale, indipendentemente dalle ragioni. L’errore sussiste nel credere che il termine sia fine a se stesso e che non racchiuda all’interno problemi intrinsechi e radicati nel substrato sociale. Fu una criminologa femminista, Diana H. Russel, a introdurre per la prima volta il termine nel 1992. Eppure, perché è stata avvertita l’esigenza di associare un fenomeno sporadico a un termine specifico? Perché il fenomeno non è mai stato sporadico. Non si tratta infatti di un caso eccezionale, né di un gesto incontrollato o scaturito a causa di patologie psichiatriche. Il femminicidio è l’atto ultimo di un insieme di violenze persistite ancor prima della nascita del termine stesso.

Il progresso del patriarcato

Avendo definito il femminicidio l’atto ultimo, viene da domandarsi cosa include il “prima”. L’oppressione, la predominanza, il possesso, la gelosia, l’abuso, la violenza fisica e psicologica. Termini che possono essere riassunti in un unico elemento: il patriarcato. Un fenomeno tanto antico quanto complesso a causa di radici lontane e incerte. Non vi è un luogo o un momento specifico in cui una buona fetta della popolazione ha scelto democraticamente chi avrebbe esercitato il dominio. Senza alcuna possibilità di opporsi la donna è diventata elemento complementare dell’uomo, dove le mancanze dell’uno vengono riempite dall’altro. Non esiste una sfera indistinta e assestante. L’uomo è la figura autoritaria, indipendente, virile. La donna diventa per funzionalità dipendente, sottomessa, debole. Quella che un tempo era vista come un’organizzazione necessaria per la sopravvivenza e la conservazione della specie, oggi non ha ragione d’esistere.

Il corso della storia ha dimostrato come strutture e modelli sociali regrediscono naturalmente con l’evoluzione della specie, che sia per necessità o insuccesso degli stessi. Il concetto di patriarcato invece si è evoluto estendendosi in nuove forme e adattandosi a contesti sociali moderni. La figura femminile viene risucchiata e categorizzata nello stesso schema organizzativo, pur non sussistendo ragione alcuna. Il timore rimane e accresce in concomitanza con l’indifferenza e l’avversione per la vittima stessa. La frequenza con la quale vengono annunciati casi di femminicidio è preoccupante. È proprio per questo che non è più sufficiente osservare il numero Istat di donne uccise da uomini per verificare se il problema è palpabile.

Il paradosso del Victim Blaming

Comunicazione italiana ha registrato, solo nel 2024, ben 113 casi di femminicidio, di cui 99 avvenuti in ambito familiare. Oltretutto non è da sottostimare il modo in cui il caso generale viene diffuso o raccontato. Sui giornali o tra le parole della gente viene portata avanti una falsa narrazione della vittima. Il carnefice ottiene nella maggior parte dei casi uno spazio ampio per permettere al lettore di conoscere aspetti irrilevanti della sua vita. Chi è, se è conosciuto o meno, quanto era rinomato. La domanda consequenziale dunque è la seguente: ha davvero importanza? La risposta è no, soprattutto se l’altra faccia della medaglia dipinge la vittima come sprovveduta, alticcia, vestita in modo inappropriato, poco diffidente. Il dito viene puntato, ma mai contro chi il crimine l’ha commesso. Questo è il victim blaming: scegliere di osservare la vittima e decidere che in fin dei conti se l’è cercata.

Cosa potrebbe esserle recriminato? Gli indumenti che aveva addosso, aver scelto di uscire a bere qualcosa dopo il lavoro oppure essersi fidata di un gruppo di amici che conosceva da quando era piccola. Fingere quindi che il crimine sia accidentale non basta più. La violenza, quella nascosta tra le mura di casa o sotto gli occhi inermi delle persone, ha molte facce. Ognuna di queste in grado di far sentire una donna in perenne pericolo. La paura, poi, non essendo sempre legata a un pericolo tangibile, non ha modo di essere affrontata. Diventa una sensazione annichilente in quanto priva il singolo di poter vivere autonomamente la propria vita. Il discorso diventa necessariamente generalista. Accade perché non vi è la possibilità di riconoscere il singolo ed evitarlo, tutti appaiono capaci di simili violenze.

Dalla responsabilità individuale a quella collettiva

Secondo l’osservatorio nazionale Non una di meno, nel 2025 sono stati registrati 64 casi di femminicidio. Tra le donne a cui è stata tolta la vita ricordiamo Ilaria Sula, uccisa dall’ex fidanzato. Sara Campanella, Chamila Wijesuriyauna, uccisa dal suo collega già accusato di femminicidio. Daniela Coman. Martina Carbonaro. Cinzia Pinna. Un elenco spaventosamente lungo. Non sono però solo le forme più discusse di violenza a predominare sulla figura femminile. Le testimonianze, così come articoli o video diffusi, trasmettono paura e insinuano nella mente delle donne la sfiducia nel genere maschile. L’incertezza che tutti possano essere complici e che non esista un luogo sicuro impedisce una vita serena e autonoma. A causa della sfiducia insinuatasi nella mente delle persone appare impensabile una soluzione diversa dell’incarcerazione. Scontare una pena dopo che il crimine è stato già compiuto non porta ad alcuna soluzione se non per il singolo.

È necessario quindi assumersi una responsabilità collettiva e agire dal principio. Il pensiero comune vira sul credere che l’educazione affettiva all’interno delle istituzioni scolastiche non possa apportare alcuna differenza. Ciò che è vero è che le istituzioni appaiono carenti sotto molti punti, ma questo non può rappresentare un impedimento. Il processo che dovrebbe essere inserito sia durante l’orario scolastico, sia in programmi o corsi aggiuntivi, tocca le nuove generazioni. Il processo per sua natura è indubbiamente lento, ma necessario. Come spiegato dal docente di pedagogia Giuseppe Burgio, il problema non è riconducibile al singolo, ma alla collettività. E se il dovere di colpevolizzare e punire l’uomo condannato per abusi o femminicidio è in mano ai giudici, i docenti devono cercare la responsabilità educativa.

Il ruolo dell’educazione affettiva nelle scuole

Le scuole hanno il potere, e certamente la responsabilità, di plasmare un concetto di mascolinità altrimenti lasciato in mano a chi quella mascolinità la traina. Il modo in cui gli uomini vedono la donna è generato dalla prospettiva attraverso la quale la società dipinge e raffigura il rapporto di predominanza che intercorre tra i due sessi. Dalle trasmissioni in tv agli articoli giornalistici, passando alla rappresentazione sul grande schermo e finendo con i prodotti pornografici facilmente reperibili. Questi fattori non possono essere demonizzati o ritenuti responsabili nella loro totalità. Indubbiamente, però, favoriscono alla creazione di un certo tipo di mascolinità deleteria. L’intervento scolastico è necessario per garantire, seppur in minima parte, la formazione di un pensiero differente, sano, in cui nessun sesso prevarica l’altro, che sia per virilità o per soddisfare una fantasia sessuale. Come detto dalle femministe, l’abusante e il violento non sono malati, ma figli sani del patriarcato.

Stefania Cirillo