Il ruolo di Palmiro Togliatti per la ‘’costituzione’’ della democrazia

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Di Alessia Ceci

Palmiro Togliatti, è conosciuto come l’uomo politico italiano ‘’migliore’’ che trasformò il Partito Comunista Italiano in una delle più importanti organizzazioni di massa del dopoguerra. E’ stato uno dei padri fondatori della Costituzione contribuendo alla nascita di un’Italia democratica post-bellica. Sopravvissuto a un attentato nel luglio 1948, ne ricordiamo oggi la data di morte, il 21 agosto 1964, avvenuta in Crimea, nell’allora Unione Sovietica.

Togliatti, da membro fondatore –  insieme ad Antonio Gramsci –  del Partito Comunista d’Italia nel 1921, ne divenne anche segretario e capo indiscusso dal 1927 fino al 1964. Un’interruzione dal 1934 al 1938 lo sollevò in parte dai suoi incarichi in Italia. Durante questo periodo fu infatti rappresentante all’interno del Comintern, l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti moscovita. Per le sue capacità di mediatore fra le varie anime del partito veniva chiamato il «giurista del Comintern», appellativo attribuitogli da Lev Trotskij.

L’operato di Palmiro Togliatti in Italia, in breve

Palmiro Togliatti
Crediti: 2duerighe.com

Per quanto riguarda il suo ruolo in Italia viene ricordato soprattutto come membro dell’Assemblea Costituente e quindi tra i fondatori della Costituzione del 1946 insieme a sua moglie Nilde Iotti. Tuttavia il suo contributo coinvolse anche altre questioni più prettamente politiche e di partito, come la trasformazione del Partito Comunista italiano da organo sorretto da poche migliaia di tesserati – nel 1943 – ai due milioni del 1946. Visse esiliato dall’Italia per diciotto anni – tra Mosca, Parigi, la Svizzera e la Spagna – preparandosi alla fine del fascismo per contribuire a fare dell’Italia un paese democratico.

Dalla primavera del 1947 guidò il partito comunista all’opposizione rispetto ai vari governi della Democrazia Cristiana, conquistando un successo storico alle elezioni del 18 aprile 1948. Dopo anni di ortodossia stalinista, Togliatti escogitò la “via italiana al socialismo”, cioè la realizzazione del progetto comunista tramite la democrazia, ripudiando l’uso della violenza e applicando la Costituzione italiana in ogni sua parte.

Togliatti maestro di prudenza?

La strategia politica su cui si basava il suo operato era per così dire la prudenza. Prudente nelle svolte che dava al partito senza mai troppo allontanarsi dalla politica del Cremlino; prudente nei tre anni di governi del CLN (1944-1947), in cui ricoprì incarichi ministeriali. Un atteggiamento cauto lo contraddistinse anche nei rapporti con la pregiudiziale monarchica, nell’epurazione post fascista e nel voto dell’articolo 7, che mantenne i Patti Lateranensi. Togliatti non trascurò inoltre il dialogo con le forze avversarie come la Democrazia Cristiana di De Gasperi. Infine non si sbilanciò neanche nel condannare i crimini staliniani del Grande Terrore del 1937/38 e l’invasione sovietica in Ungheria nell’autunno 1956.

Quando Kruscev decise di mandare i carri armati in Ungheria per stroncare la rivolta democratica, Togliatti faticò a trovare una motivazione plausibile ad un atto che tutti giudicavano intollerabile. “Noi siamo un partito che sta dalla parte di chi lotta in difesa della propria libertà”, disse nel corso di una tribuna elettorale nel 1961. Contemporaneamente tuttavia condannò Imre Nagy, sostenitore dei rivoluzionari anti sovietici durante la rivoluzione ungherese, perché si era macchiato di gravi delitti, violando la Costituzione del suo paese. Per Togliatti – ancora una volta – si può cedere al compromesso ma non si può mettere in dubbio il ruolo guida di Mosca.

Alessia Ceci

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