Perfezionista fino all’ossessione, scatenata sul palco in quelli che più che concerti assomigliavano a riti tribali di comunione con qualche spirito della musica, ma adolescente timida, inquieta e profondamente delusa in amore. Janis Joplin è stata una delle voci più iconiche del novecento americano, una voce intrisa di graffi e carezze, una voce che si spense 55 anni fa. Attorno alla sua stella tormentata, alcune delle questioni sociali che scossero il mondo: l’uguaglianza tra i bianchi e i neri, il pacifismo, la liberazione sessuale, l’uso delle sostanze per affrontare i traumi della vita. Di lei diranno, in una parola: è il soul.

La voce e il genio di Janis Joplin

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Janis Joplin nacque a Port Arthur in Texas il 19 gennaio 1943 da Dorothy Bonita East, impiegata in un college, e Seth Ward Joplin, un ingegnere meccanico della Texaco. Janis era la figlia maggiore e aveva due fratelli, Michael e Laura. Fin da quando inizia a cantare nel coro cittadino, le icone della musica blues degli anni 30 come Lead Belly e Bessie Smith sono i suoi fari di ispirazione.

Il 1965 è l’anno di svolta della sua carriera. Chet Helms, un produttore di San Francisco, la contatta per un provino, per il gruppo californiano dei Big Brother and the Holding Company. Nel gruppo, avanguardia della scena musicale di San Francisco (quartiere Haight-Ashbury), cuore della controcultura hippie, manca una voce solista. L’audizione è un trionfo. Il momento cruciale arriva il 17 giugno 1967, che vede la sua partecipazione al Festival Pop di Monterey. Janis canta Ball and Chain, un pezzo di una delle sue madrine del blues (Big Mama Thorton) e conquista tutti. Il pubblico resta sconvolto dalla sua potenza vocale e dalla sua presenza scenica animalesca, viscerale. Sempre con i Big Brother, l’anno seguente, incide Cheap Thrills, un album leggendario e psichedelico, che arriva al primo posto ella classifica dei più venduti negli USA.

Nel ’69 partecipa al festival di Woodstock e poi e al concerto in memoria di Martin Luther King. Quanto più la sua vita diventava caotica e ingestibile, tanto più rigorosa si faceva la sua ricerca musicale. Pretendeva il massimo da sé stessa, sempre con l’aspirazione di superarsi. E pretendeva il massimo anche dalle band con cui si esibiva, entrando spesso in conflitto con loro. Dopo i Big Brother, si orienta su un suono più rythm&blues con i Kozmic Blues Band, fino a che non scelse i Full Tilt Boogie Band, con cui registra il capolavoro della sua breve carriera: Pearl.

La perla di Janis e la sua morte

L’album Pearl è il secondo e ultimo album pubblicato in studio da Janis. Il produttore è Paul Rothchild, lo stesso dei The Doors. L’opera, che ha la potenza dei veri capolavori, è uscita postuma nel 1971, schizzando alle vette di ogni classifica. Si tratta dell’unico album in cui Janis ha avuto pieno controllo di se stessa, della band e dei pezzi, molti dei quali scritti da lei stessa. “I finally have a band that really understands me. I can be myself.” Vero e proprio testamento artistico, esalta le due anime di Janis: quella ironica e ribelle di Mercedes Benz e quella vulnerabile di A Woman Left Lonely. Altri brani celebri dell’album sono Move Over, Cry Baby, Me and Bobby McGee.

l 4 ottobre 1970 Janis Joplin fu trovata morta nella stanza di un hotel di Los Angeles. L’esame autoptico fu cristallino: overdose di eroina. Fu trovata con il viso riverso sul pavimento, con fuoriuscite di sangue, ormai coagulato, dal naso e dalla bocca. La partita purissima che aveva acquistato, mischiata al whiskey, ebbe un effetto micidiale, anche se in quel periodo era riuscita a mantenersi sobria e creativa in vista del nuovo album. A soli 27 anni si spegneva una delle voci più autentiche della sua generazione.

Talento, spigliatezza, voglia di vivere non furono spesso sufficienti ad attrarre gli sguardi degli uomini, orientati su canoni estetici più rigidi. Le sue relazioni naufragate furono il carburante di una instancabile ricerca interiore, attraverso testi che sono grida di disperazione contro l’abbandono e la solitudine. Quella solitudine dei grandi che lei visse fino in fondo anche se forse, rimanendo sempre la stessa maschiaccia adolescente introversa di Port Arthur, non seppe affrontare con lucidità. Una volta dichiarò: Sul palco faccio innamorare venticinquemila persone. Poi torno a casa da sola.

Lorenzo La Rovere