Cultura

La figura del padre nella poesia di tre grandi autori del ‘900: Sinisgalli, Sbarbaro e Gatto

In occasione della Festa del Papà, tre componimenti sulla figura del padre nella poesia di alcuni nomi importanti del panorama letterario italiano; nel nuovo appuntamento della rubrica Letteratura per l’Infanzia i versi di Leonardo Sinisgalli, Camillo Sbarbaro e Alfonso Gatto.

La figura del padre nella poesia del ‘900: Leonardo Sinisgalli

Fra gli autori da citare per quanto riguarda la figura del padre nella poesia del ‘900 vi è, sicuramente, Leonardo Sinisgalli conosciuto anche come il poeta-ingegnere. La descrizione del padre che fa Sinisgalli in questa lirica è del tutto evocativa: una poesia tanto intima quanto delicata in cui, il poeta lucano, descrive la figura paterna con immensa ammirazione e tenerezza.

L’uomo che torna solo
A tarda sera dalla vigna
Scuote le rape nella vasca
Sbuca dal viottolo con la paglia
Macchiata di verderame.

L’uomo che porta così fresco
Terriccio sulle scarpe, odore
Di fresca sera nei vestiti
Si ferma a una fonte, parla
Con un ortolano che sradica i finocchi.

È un uomo, un piccolo uomo
Ch’io guardo di lontano.
È un punto vivo all’orizzonte.
Forse la sua pupilla
Si accende questa sera
Accanto alla peschiera
Dove si asciuga la fronte.

Un modo di vivere semplice fatto di consuetudini e fatica campestre: la Lucania descritta da Sinisgalli è primordiale, rurale, è immobile; abitata da una civiltà contadina tipica delle campagne del Sud e del Nord di quel periodo. La prima strofa introduce la figura del padre che rincasa la sera, dopo una giornata nei campi a lavorare. Spunta dal viottolo come un miraggio in tutta la sua semplicità; l’idillio campestre è un vero e proprio ritratto in versi liberi composto da immagini in cui, il poeta, riproduce i gesti ripetuti del padre: avanza con il suo terriccio fra le scarpe, con i suoi indumenti odorosi di fresca sera per il suo sostare nei campi, con il cappello macchiato di verderame.

E poi si ferma a una fontana, parlando con un ortolano che, nel mentre, compie un altro gesto tipico e semplice che rivela la natura non artefatta dei personaggi; sradica i finocchi. Un’azione agreste e georgica accolta da un verbo realistico, concreto: ”sradicare”. La calma e l’abitudinarietà dei gesti del genitore inducono il poeta a una profonda riflessione da cui emergono gratitudine, tenerezza e stima.

Una dichiarazione di tenerezza e ammirazione

Nell’ultima strofa Sinisgalli immagina di vedere ancora la figura paterna, tuttavia nei suoi ricordi mentre scrive da Milano; l’uomo avanza e si asciuga la fronte con un fazzoletto vicino a uno stagno dei pesci. Un gesto memoriale che denota un modo di vivere perduto, remoto; dei gesti appartenenti a un mondo agricolo che non tornerà mai più. La lirica è un susseguirsi di sensazioni visive, tattili, olfattive in cui si intersecano le consuetudini di un’esistenza semplice come quella del padre del poeta; Sinisgalli evidenzia la dignità di quello che, prima di essere un padre, è un uomo; sincero, onesto, autentico.

Camillo Sbarbaro, A mio padre: le memorie rivolte a un ”cuore fanciullo”

La figura del padre nella poesia del ‘900 appare risoluta anche nei dolcissimi versi del poeta ligure Camillo Sbarbaro:

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella, mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
chè avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillante l’attiravi al petto
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Sbarbaro sovviene alla mente immagini della sua infanzia dove il padre e la sua bontà sono protagonisti. E’ la narrazione dell’amore verso un genitore che appare, come lui, un vivace ragazzo: ed è proprio per questo ”cuore fanciullo”, dice il poeta, che lo amerebbe ugualmente seppur fosse un estraneo. Traspare dai versi un uomo sensibile, tenero, che si meraviglia allo spuntare della prima viola, foriera della bella stagione, una mattina di inverno.

A tale visione accorre a richiamare i figli, con entusiasmo quasi fanciullesco , per comunicare ciò che aveva scoperto; quasi un novello Marcovaldo di Italo Calvino che si meraviglia delle piccole cose, tratto che ne sottolinea la profonda umanità. La figura di questo padre è delineata ancora più come dall’animo sensibile quando, in una memoria di infanzia, Sbarbaro ricorda di come non trovasse il coraggio di punire la figlia per una malefatta e, anzi, la rassicurasse fra le sue forti braccia. Ecco che giunge la dolcissima dichiarazione d’amore: anche se non fosse suo padre, anche se si trattasse di un estraneo, sarebbe ugualmente amato dal poeta. Una convinzione che esalta la profonda bontà d’animo di questo padre dal cuore fanciullo.

La figura del padre nella poesia del ‘900: il ricordo di Alfonso Gatto

Alfonso Gatto, fra i maggiori esponenti dell’Ermetismo, compone questa breve e delicata lirica facendo confluire all’interno dei versi la sua anima artistica più profonda. Gatto, infatti, è stato anche un pittore molto apprezzato e in questa poesia sulla figura del padre emergono chiaramente elementi visivi connotati da sensazioni luminose, a sua volta sottolineate dal tripudio di colori tenui citato fra i versi:

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgente a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

Una poesia sulla memoria del padre che si eleva a un tacito colloquio fra il poeta e la figura paterna. L’endecasillabo che introduce la prima strofa si apre con un periodo ipotetico dell’irrealtà: il poeta protende a un desiderio che sa non avrà compimento, ovvero il ritorno del padre scomparso da tempo. Vorrebbe parlargli, confidargli quelle speranze che un accenno di primavera hanno ridestato nel suo cuore: si avverte questo desiderio doloroso e struggente che brama la compagnia del padre, sognando di ritornare bambino per godere della sua presenza. L’azzurro della primavera fa capolino fra le prime luci del crepuscolo e in quel momento, come in passato, il poeta vorrebbe rifugiarsi in lui, condividere quel sentimento di paura che, talvolta, il buio del mondo incute.

La seconda strofa si apre con due versi emozionanti, una dichiarazione di sofferenza, angoscia e amore che solo si può sperimentare nei confronti di un caro scomparso. Gatto, accorato, asserisce di quanto solo gli bastasse che suo padre fosse vivo; un uomo vivo con un cuore buono è un sogno, una beatitudine. Ecco che questa lirica malinconica si schiude fra tre elementi estremi; lontananza, mancanza e sogno sostanziano questa lirica dalla sensibilità candida e nostalgica.

La presenza amica, rifugio, fortezza e guida ha segnato i giorni lontani soprattutto nelle piccole cose; a sottolineare la levità del cuore di quest’uomo, Gatto introduce una porzione di vita familiare a tratti banale ma ricca di significato. Lo sconfinato amore per il padre è ricordato nella memoria della sua voce che sapeva far scorgere ai figli la bellezza e la bontà della notte che, nonostante la sua oscurità, culla chiunque nell’incoscienza del sonno. Dove trovare un uomo capace di scorgere simili sottigliezze? Sembra chiedersi il poeta, smarrito. Un uomo che sapeva osservare un mondo proteso verso il chiarore della luna nonostante le tenebre, e l’umanità immersa nel buio dirigersi verso la luce dell’aurora. Questa immagine rappresenta un barlume di speranza, nonostante il mondo e i suoi dispiaceri, nonostante la perdita della figura paterna che Alfonso Gatto celebra in un’accorata evocazione.

Stella Grillo

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Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino

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