Cinema

“La truffa dei Logan”: bella pensata, per un Logan

La maledizione dei Logan è roba seria. Per i Logan, la vita puzza tanto di truffa. Jimmy (Channing Tatum) avrebbe avuto un futuro assicurato come quarterback professionista, ma un brutto infortunio al ginocchio ne ha spezzato i sogni di carriera. Per lo stesso motivo è appena stato licenziato dall’impresa di costruzioni per cui lavora.

Troppo alti i costi per un eventuale infortunio sul lavoro. Ha un’ex moglie sistematasi con un facoltoso quanto stolto venditore d’auto e un’amata figlia che non vede quanto vorrebbe. Il fratello Clyde (Adam Driver) è partito per la guerra in Iraq ed è tornato con un avambraccio in meno. Ora gestisce con dignità una piccola stamberga nel verde della West Virginia. La sorella Mellie (Riley Keough) non ha ancora avuto drammi evidenti, ma il suo impiego come parrucchiera per le benestanti signore WASP dei dintorni pare una condanna più che sufficiente.

“La truffa del Logan”: l’ennesima rapina del secolo

Una volta perso il lavoro, Jimmy ha una di quelle idee troppo assurde per non essere prese sul serio: sfruttando i lavori sotterranei in corso, mettere a segno una rapina alla Charlotte Motor Speedway durante la Coca-Cola 600, una tra le più celebri corse d’auto degli USA. Per il colpo, i nostri hanno bisogno dell’esperto scassinatore Joe Bang (Daniel Craig). E qui il primo problema: l’asso delle esplosioni Joe è al momento ospite del carcere locale…

Dopotutto Steven Soderbergh non ha poi resistito  così tanto al tentativo di abbandonare una volta per tutto il mondo del cinema. Sono bastate le valide esperienze nel mondo delle serie TV con “Dietro i candelabri” e “The Knick” perché la forza magnetica del grande schermo ricominciasse a farsi irresistibile. E ci piace pensare che sia stato anche altro elemento a rendere ancora più attrattiva la tentazione: la voglia e la necessità di dare al proprio sud, lui georgiano di Atlanta, un ritratto diverso rispetto alla convenzionale narrazione vigente fatta di white trash rurale ignorante ed addestrato dalla chiacchiere delle corporations, del trumpismo, del kill or be killed e del suprematismo bianco.

L’altra faccia del white trash

Chiariamoci: “La truffa dei Logan” è un film sul white trash rurale, non c’è traccia di afroamericani per miglia, se non dietro le sbarre della locale prigione. Ma lontana da una certa superficiale retorica mediatica, i Logan e associati sono figli masticati e sputati a pezzettini dal Sogno Americano che, nonostante tutto, provano ad andare avanti lontano della sirene della più becera retorica destrorsa USA. Piuttosto che guardare il dito, puntano direttamente alla Luna. Se c’è bisogno di soldi, si va dove di soldi ce ne sono a palate. Dove di vittime, di fatto, non ce ne sono, e con i quali magari si riescono a sistemare un paio o più di situazioni. Ed è, non a caso, uno dei posti dove la più retrograda cultura bianca americana celebra i propri irrinunciabili riti.

Ben lungi dal volerne fare un discorso politico, si respira in ogni minuto della pellicola il piacere con cui Soderbergh mette mano alla sceneggiatura di Rebecca Blunt per dipingere un ritratto altro del sud USA. Lo fa attingendo all’enorme bacino nazionale e internazionale dell’heist movie e coniugandolo alla specificità del terreno d’azione. “E’ una sorta di Ocean’s Eleven al contrario” ha dichiarato il regista a riguardo. “I suoi protagonisti non sono criminali di professione, né hanno risorse e tecnologia dalla loro parte. Devono in qualche modo imparare il mestiere”. Un mood da commedia brillante sorretto da ficcante sarcasmo e punteggiato di amarezza, parentesi d’azione frenetica e mai gratuita, una cast stellare e semplicemente perfetto.

Il cast

Dal figlioli prodigi Channing Tatum (“Mad Mike”) e Riley Keough ad Adam Driver, da un bizzarro ed irresistibile Daniel Craig alla federale Hilary Swank, è un film che, prima che divertente, pare decisamente divertito. “La truffa dei Logan” non perde una battuta, riservandosi la soluzione della vicenda alle conseguenze del post-rapina e ad una narrazione che, come da pronostico, sa usare la grammatica dell’heist movie per raccontare un pezzetto di contemporaneità solitamente lontana dai riflettori. Delizioso.

Andrea Avvenengo

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