«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.» Con queste poche parole, scarabocchiate su un foglietto, Luigi Tenco si congedava dalla vita. Il cantautore di Cassine venne trovato morto la notte del 27 gennaio, nella sua stanza d’hotel, la 219 della dépendance dell’Hotel Savoy di Sanremo. Secondo la polizia, fu la cantante Dalida, in gara insieme a lui al Festival, a scoprire il cadavere. Per altri, invece, fu Lucio Dalla, che alloggiava nella camera accanto, ad accorgersi per primo dell’accaduto.

Tenco era arrivato alla competizione canora con grandi speranze di vittoria, forte della potenza del suo brano, “Ciao amore, ciao” e dall’abbinamento con la star franco-italiana, con cui si vociferava avesse una relazione. I sogni del musicista s’infransero la sera del 26 gennaio, quando la loro canzone non ottenne l’accesso alla finale. Dietro le quinte, Luigi era agitato e spaventato dall’idea di cantare davanti ad un pubblico così vasto. Solo una dose di Pronox (un ansiolitico piuttosto forte), dell’alcol e una spinta fisica da parte di Mike Bongiorno lo convinsero a guadagnare il palcoscenico. L’esibizione, però, non andò bene, totalizzando solo 38 voti su 900. Neanche il ripescaggio lo salvò: la giuria preferì “La rivoluzione”, di Gianni Pettenati. Secondo i testimoni, l’eliminazione lo scosse oltremodo; atterrito, accompagnò la sua partner al ristorante “U’ Nostromo”, dove avrebbe dovuto tenersi una cena del gruppo RCA, per poi tornare di corsa in albergo, da solo. Qualche ora più tardi, venne ritrovato esanime.

Luigi Tenco: la notte del suicidio, tra incongruenze ed errori

Luigi Tenco e Dalida

Quello che successe in quel buco temporale, resta ad oggi poco chiaro. Dalle prime indagini, apparve subito lampante che si trattasse un suicidio, e il “caso Tenco” fu archiviato nel giugno dello stesso anno. Eppure, diversi elementi continuano a destare sospetti. Innanzitutto, la posizione del cadavere; dalle ricostruzioni, sembra che avesse le gambe riposte sotto un cassettone, una posa innaturale per un suicida. In seguito, si scoprirà che la polizia, avendo dimenticato di scattare le foto di rito, aveva riportato la salma al Savoy, ricomponendola. Anche la cronologia dei fatti è frammentata. Tenco, una volta rientrato nella sua stanza, fece due telefonate: la prima a Ennio Melis, capo della RCA, che però non gli rispose; la seconda a Valeria, la sua fidanzata storica. Durante la conversazione, come riferito dalla stessa donna, i due parlarono dei loro progetti di coppia, e dell’intenzione dell’artista di protestare, durante una conferenza stampa, per l’esito della sua partecipazione a Sanremo. Un discorso strano, per una persona che ha intenzione di togliersi la vita.

Anche l’arma usata da Tenco, come riporteranno le inchieste condotte successivamente, è al centro di una querelle. Il cantautore portava sempre con sé una Walther PPK, perché, come rivelò a un amico prima di quella notte fatale «temeva di essere ucciso». Tuttavia, nelle fotografie ufficiali, sotto i suoi glutei, si notava una Beretta. Oltretutto, sulla mano non vi erano residui di polvere da sparo. Il viso, invece, presentava contusioni e lievi ferite; un dettaglio rilevante, considerando che, poche ore prima, il cantante era all’Ariston con il volto privo di alcuna escoriazione.

La riapertura delle indagini e le inchieste degli anni successivi

Negli anni Novanta, Marco Buttazzi e Andrea Pomati indagarono su particolari fino ad allora inediti. A loro si devono le scoperte legate allo spostamento del corpo, confermato dagli stessi necrofori rintracciati dai due giornalisti, che raccolsero elementi utili per far riaprire il caso. A loro si unirono Aldo Fegatelli Colonna, che era in contatto con Valeria, e il criminologo Francesco Bruno. Nel 1992, lo stesso fratello di Luigi, Valentino, aveva fatto pubblicare delle lettere tra Tenco e la fidanzata, che davano credibilità alla versione della ragazza.

La lunga serie di dubbi mossi dai quattro, più una denuncia per omicidio a carico di ignoti da loro presentata, convinse il procuratore capo di Sanremo Mariano Gagliano a riprendere in mano la faccenda. Nel 2006 avvenne l’esumazione della salma e, finalmente, una vera e propria autopsia, che all’epoca non c’era stata. Dagli esami, emerse la presenza di un foro d’uscita nel cranio del cantante, che confermò così l’ipotesi del suicidio. Anche le perizie calligrafiche, e la presenza sul biglietto di tracce di antimonio, contribuirono ad una nuova archiviazione del caso. Nel 2013 i giornalisti Pasquale Ragone e Nicola Guarneri, misero in luce nuove discrepanze e perplessità, soprattutto riguardo l’arma che, secondo le loro analisi, non sarebbe mai entrata nella camera 219.

La nuova inchiesta destò l’attenzione di televisione ed opinione pubblica, ma la procura la chiuse nel 2015; nonostante ciò, ancora oggi si continua a parlare del “Caso Tenco”. Voci discordanti, teorie, cospirazioni, convinzioni che traballano. Una cosa, però, è certa: il suo talento e le sue canzoni vanno oltre la fine dell’uomo, e restano, eterne, nella storia della musica italiana. Di tutte le parole spese nel tempo per Luigi Tenco, le più belle sono quelle di Fabrizio De André e della sua “Preghiera in Gennaio”, composta in onore del collega e amico: «Ascolta la sua voce / Che ormai canta nel vento /Dio di misericordia/ Vedrai, sarai contento.».

Federica Checchia

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