“Io sono perché faccio”. Questa banale, ridondante frase può bastare a spiegare con parole profane il concetto di performatività del genere. Machismo e visione “idraulica” della sessualità sono solo alcune delle voci nel lungo e a volte infame cursus honorum del maschile. Da queste la mascolinità performativa trae nutrimento e beneplacito. La domanda è: si può decostruire?
Costruirsi, comportarsi: come nasce la mascolinità performativa
Sembra quasi una piece teatrale la performatività denunciata da Judith Butler. “ L’essere femmina costituisce un “fatto naturale” o una performance culturale, o la “naturalezza” è costituita attraverso atti performativi discorsivamente limitati che producono il corpo attraverso e all’interno delle categorie del sesso?”.
Così scriveva la filosofa nella prefazione dell’edizione del 1990 di “Gender Trouble“. La sua idea è che il genere sia performativo perché si costituisce nel costruire la sua identità. Ne deriva quindi che quest’ultima non esista al di fuori della sua espressione. A fare il genere è una ripetizione di atti, come in uno spettacolo teatrale in cui un personaggio si asciughi sempre la fronte per far capire di essere sudato. Ciò che cambia è che il luogo ove è la scena non è un palco, ma l’intera società, e che il gesto trasmette ben più di un’emozione. Le categorie di sesso e genere sono quindi modellate storicamente, al di là della consapevolezza di chi le fa, e stabilizzate tramite la ripetizione di un certo tipo di atti performanti.
Breve storia del maschile
La storia del maschile è legata alla gerarchia, tanto da rapprendersi in una simbologia dove i costrutti di potere e mascolinità si intersecano tra loro fino a confondersi. La virilità è sempre stata modello normativo, con il consenso del tanto difeso patriarcato, rispetto a categorie altre da sé, da educare e, talvolta, “guarire”. Un esempio chiaro deriva dal modello egemonico borghese ottocentesco, fondato sull’autocontrollo e sul contegno quale emblema del maschile. Seguendo l’esempio della prolifica famiglia della Regina Vittoria, la rispettabilità borghese era dell’uomo con figli e una moglie devota, capace di respingere gli impulsi. Qualunque lettura diversa da questa eccedeva la norma.
La dicotomia potere-maschile richiede un terzo termine, riscontrabile nella sessualità, prodotto e produttore di relazioni di potere. Secondo Foucault (“Storia della sessualità“) il desidero, tra cui quello sessuale, proviene da discorsi nella società moderna tramite i quali agisce il potere. Non più chi sei, quindi, ma quello che desideri. Una simile distinzione proviene anche da “Condotta sessuale” di Gagnon e Simon. La sessualità è una costruzione culturale capace di influenzare anche il concetto stesso di desiderabile.
Con la rivoluzione sessuale dei ’60, ci si allontana dalla figura di uomini come predatori. Eppure ancora tra gli ’80 e i ’90 Shepherd Bliss conia il termine “mascolinità tossica“. L’identità maschile ha continuato a costruirsi lasciando poco margine alle posizioni intermedie rispetto al suo estremo, per una specie di principio di costanza nell’immagine di genere. Gli estremi però non vanno bene e le derive sono sempre in agguato. La mascolinità performativa lo dimostra.
Come si manifesta la mascolinità performativa
La mascolinità performativa quindi nasce grazie al lungo processo appena descritto. Le sue manifestazioni si svolgono sempre in contesti di omosocialità. Perché questa possa funzionare, sono essenziali le pratiche etero. La mascolinità performativa si afferma con i capisaldi del machismo: violenza e sessualità. La si ritrova nei cori da stadio sessisti, negli stupri di gruppo o nello scambio di materiale esplicito online. L’origine si può trovare nella cultura dello stupro, nel dominio accordato a un maschile superbo e nella mancata educazione al rispetto. Non tutti gli uomini sono parte di questo comportamento ma questo comportamento si rivolge a tutti gli uomini.
Decostruire è possibile
Se, come si diceva, il genere si fa, si può anche disfare. Per Judith Butler il sesso si assume, non si ha. Si incarna un modello di genere considerato normale. Per combattere questo paradigma, Butler elabora la figurazione del queer, simbolo di alterità che rifiuta le definizioni. Il genere non è chiuso e questo vale anche per il maschile. Esistono gli uomini gentili, che piangono o che hanno atteggiamenti che fino a non troppo tempo fa si sarebbero detti “da femminuccia”. Non sono meno validi per questo. E non “meno uomini“: meno validi. Ogni occasione di manifestazione della mascolinità performativa dice il contrario.
La decostruzione parte dai primissimi anni della vita di un individuo, con l’educazione al rispetto di chiunque altri e del vero sé. Abbandonando i modelli e gli schemi imposti, una decostruzione è possibile Anzi, è doverosa.
Sara Rossi





