Quando Carmelo Bene sale sul palco del Maurizio Costanzo Show nel 1994 prima e, successivamente, nel 1995, non si limita a partecipare a un talk show: lo trasforma in un’arena di pensiero, un dibattito filosofico. Oggi, la trascrizione integrale di quelle puntate è stata raccolta nel libro “Nessuno contro tutti” pubblicato da Luni Editrice. Carmelo Bene, genio indiscusso del Novecento, usa la televisione come campo di battaglia in cui linguaggio, morale e struttura mediatica vengono messi in discussione simultaneamente.
Uno dei momenti più emblematici avviene all’inizio della puntata: la televisione – strumento di consenso e intrattenimento – funziona come un apparato che riproduce norme culturali e morali prestabilite. Ecco emergere la prima grande radice filosofica: il rifiuto nietzschiano delle categorie morali e della morale comune come strumenti di dominio. Carmelo Bene, però, non si limita a criticare ma decostruisce magistralmente i fondamenti stessi del linguaggio televisivo.
Nessuno Contro Tutti, l’attacco al linguaggio e il tritalinguaggio di Carmelo Bene

Il volume Nessuno contro tutti. Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show, pubblicato da Luni Editrice, restituisce per la prima volta il testo integrale del genio del teatro nel salotto di Maurizio Costanzo, autorizzato dai dialoghi e accompagnato da un commento analitico e saggi di approfondimento. Il risultato è molto più di un’operazione archivistica: è il recupero di una detonazione culturale che continua ancora oggi a interrogare il rapporto tra arte, linguaggio e comunicazione di massa.
Carmelo Bene definiva la propria pratica un “tritalinguaggio” ovvero una destrutturazione continua della parola che costringe lo spettatore a un ascolto attivo. Il linguaggio cessa così di essere un semplice mezzo comunicativo e diventa una macchina produttiva di senso, capace di aprire nuovi territori del pensiero. In questa prospettiva emerge una chiara eco deleuziana: ogni frammentazione fonetica si configura come un atto filosofico volto a liberare la parola dai dispositivi normativi della società.
Spesso, Carmelo Bene è stato ”accusato” di provocare senza costrutto; a tali critiche l’attore ribatteva che la televisione stessa fosse costruita sul nulla e che il linguaggio televisivo costituisse ”una finzione di consenso”. In questa posizione si avverte, in modo evidente, l’influenza Friedrich Nietzsche: Bene, come Nietzsche, mette in discussione le categorie morali e sociali dominanti, rifiutando qualsiasi forma di mediazione con il pubblico. La parola non è più semplice comunicazione si muta, simultaneamente, in strumento di trasformazione e liberazione.
La trascrizione del libro permette, in seguito, di osservare anche il lato teatrale: Carmelo Bene non recita ma costruisce uno spazio labirintico di suoni e significati, dove la parola stessa diventa atto performativo. La sua ironia feroce e la continua sfida agli interlocutori – insieme al rifiuto di qualsiasi mediazione con il pubblico – trasformano la televisione in un laboratorio di sperimentazione linguistica che, ancora oggi, parla al pubblico odierno.
Parole, provocazioni e dialogo letterario
La domanda implicita che attraversa il libro è semplice solo in apparenza: si può far saltare in aria la televisione usando la televisione stessa? La risposta, almeno in quel preciso momento della storia italiana, è stata ”sì”. Bene entra nello studio del Maurizio Costanzo Show non come un semplice ospite in quanto l’intero spettacolo supera, rapidamente, la logica del talk show. Giornalisti e critici cercando di contraddire Carmelo Bene erano quasi finiti risucchiati dentro un dispositivo linguistico che rifiutava ogni regola ordinaria del dibattito. Bene non discuteva né argomentava: decostruiva, eccedeva. Epica la risposta del genio teatrale nella puntata del Maurizio Costanzo Show andata in onda nel 1994:
”È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull’aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra, e del vostro godemichet, cui siete dannati. Ma io non vi sfido: non vi vedo!”
Sul piano letterario Carmelo Bene dialoga simultaneamente con Pirandello, Joyce e le avanguardie novecentesche. Il riferimento a Pirandello emerge chiaramente quando Bene discute la finzione e la percezione dello spettatore: la riflessione sulla rappresentazione e sull’identità è squisitamente pirandelliana, tuttavia il modo in cui Bene restituisce il linguaggio, in questo senso, richiama Joyce e le sperimentazioni del flusso di coscienza. A tal proposito, nel saggio “Sono apparso alla Madonna” (1983) Carmelo Bene spiega come fra i vizi dello spettatore teatrale borghese ci sia proprio quello di giudicare l’attore guardandolo in modo passivo, dimenticando che il teatro è il riflesso del suo pubblico.
Uno spettacolo che si tramuta in atto filosofico
Evidente anche l’influenza di Georges Bataille. Nella puntata in cui Carmelo Bene sfida apertamente la morale televisiva si percepisce la volontà di mettere in crisi le convenzioni, creando un effetto di trasgressione estetica e intellettuale. La trasgressione, per Bene, non è un vezzo: è strumento di conoscenza e liberazione. Fra i momenti chiave e le battute emblematiche più note della puntata:
”Diceva Flaiano, a scuola “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” diventa “Questa collina mi è sempre piaciuta”! Istruzione “obbligatoria”? Ma che siamo in Siberia? Ma perché bisogna istruirsi? Su che cosa? E poi chi deve istruirmi? Lo Stato? E chi è lo Stato? Ma chi l’ha votato questo Stato? Chi l’ha eletto? Come dice Deleuze, c’è un potere del teatro che è peggiore del potere dello Stato”.
Questi momenti non sono solo spettacolo: sono atti filosofici, analoghi alla critica nietzscheana dei valori tradizionali, all’eccesso battailliano e alla destrutturazione deleuziana del linguaggio.
Nessuno Contro Tutti, Carmelo Bene e il linguaggio come strumento di liberazione
Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show trasformava la televisione in un teatro di anarchia e sperimentazione linguistica. Il libro documenta con impressionante chiarezza questo meccanismo di distruzione semantica; Bene è capace di trasformare il dialogo televisivo in una continua implosione del senso comune. In quattro ore di flusso verbale ininterrotto, vengono attaccati frontalmente i pilastri della rappresentazione pubblica italiana: la democrazia, la morale civile, la famiglia, il conformismo mediatico, la pedagogia televisiva. La sua parola non cerca consenso ma attrito; è una lingua che vive tra il paradosso e l’oltranza.
Proprio in questo senso il volume mostra tutta la sua importanza critica; rilette oggi, quelle puntate non appaiono soltanto provocatorie ma sembrano l’anticipazione di una crisi più ampia della comunicazione contemporanea. Carmelo Bene aveva compreso prima di molti altri che la televisione non era soltanto un mezzo di intrattenimento, ma una macchina capace di produrre realtà condivisa e proprio per questo il suo attacco era radicale: sfondare il linguaggio televisivo dall’interno, utilizzando la spettacolarità contro se stessa. Paradossalmente, proprio quell’atto distruttivo ha generato uno dei momenti più memorabili della storia della televisione italiana: la televisione stava trasmettendo la propria contestazione in tempo reale.
Un documento culturale ancora attuale
La postfazione di Stefano Cristante parla di una “battaglia” contro la televisione “dall’esito impossibile” e, come lo stesso Cristante scrive:
”È l’epoca d’oro di quella che Umberto Eco aveva chiamato neotelevisione, contrassegnata dall’esplosione delle tv commerciali […]”
Il punto centrale della sua riflessione è che Carmelo Bene non combatte soltanto contro gli interlocutori presenti in studio ma contro la televisione stessa intesa come “estensione” tecnologica e culturale dell’uomo moderno. La TV non è un mezzo neutrale ma un dispositivo che organizza il linguaggio, semplifica il pensiero, tramuta il conflitto in spettacolo consumabile, cogliendone – in questa visione – un’eco di pasoliniana memoria.
Il valore del volume Nessuno contro tutti sta anche nella possibilità di rileggere integralmente quei dialoghi fuori dalla velocità televisiva. La trascrizione completa, accompagnata da magistrali approfondimenti critici – oltre che da note e commenti – restituisce densità teorica a un evento che rischiava di sopravvivere soltanto come mito o frammento da archivio.
Bene parla contro tutto ciò che la televisione tradizionalmente protegge: la morale condivisa, il buon senso, la famiglia; la sua parola colta non cerca approvazione ma produce disagio ed è proprio questa radicalità a renderlo ancora oggi così attuale. A trent’anni di distanza, quelle trasmissioni restano un caso unico nella storia della televisione italiana in quanto perfetta dimostrazione del momento esatto in cui il mezzo televisivo ha incontrato il proprio limite.
Secondo Cristante, ciò che rende memorabili quelle puntate è la capacità di produrre ancora oggi un cortocircuito. Bene interrompe continuamente la linearità televisiva, spezza il ritmo del dibattito mandando in crisi le aspettative dello spettatore: in questo modo mostra i limiti del mezzo televisivo e ne espone le strutture invisibili. Le impalcature cambiano ma continuano a inglobare il conflitto e trasformarlo in consumo mediatico; per questo la battaglia di Carmelo Bene non appartiene solo al passato televisivo italiano ma diventa una riflessione più ampia sul rapporto tra linguaggio, tecnologia e potere.
Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show: due puntate che hanno fatto la storia della televisione italiana
Le due puntate del Maurizio Costanzo Show sono entrate nella storia della televisione italiana perché hanno mostrato qualcosa che il mezzo televisivo normalmente tende a neutralizzare: il conflitto reale. Anche il dibattito più acceso finiva quasi sempre dentro regole precise: tempi televisivi, opinioni riconoscibili, personaggi facilmente identificabili. Carmelo Bene, invece, rompe completamente questo equilibrio; per la prima volta, il talk show perde il controllo del proprio dispositivo narrativo e l’ospite non accetta il ruolo previsto. Bene rifiuta persino l’idea stessa di ”comunicare” nel senso televisivo del termine ed è proprio questo il punto storico: il mezzo viene messo in crisi davanti agli spettatori.
La postfazione di Stefano Cristante richiama inevitabilmente alcune intuizioni di Pier Paolo Pasolini sulla televisione come dispositivo di omologazione culturale e rappresentazione del potere. Ma se Pasolini denunciava il mezzo dall’esterno, attraverso l’analisi critica e politica, Carmelo Bene sceglie una strategia opposta: entra dentro il dispositivo televisivo sabotandone linguaggio, tempi e codici comunicativi; non la critica del mezzo, ma il suo cortocircuito spettacolare. Nessuno contro tutti edito da Luni Editrice non racconta soltanto un evento televisivo ormai leggendario ma narra il momento esatto in cui la televisione italiana ha incontrato qualcuno che non poteva assimilare e inglobare fino in fondo. E forse è per questo che quelle immagini, ancora oggi, sembrano appartenere più al futuro che al passato.





