Nel libro Pier Paolo Pasolini. L’uomo e l’intellettuale in 50 interviste, curato da Franco Grattarola e pubblicato da Iacobelli Editore, la narrazione di Pasolini uomo e intellettuale poliedrico non è lineare né edulcorata ma si pone come presenza attiva, tratteggiando il contorno vivido e irrequieto del grande pensiero pasoliniano. L’opera non è una semplice raccolta ma un riflesso diretto alla voce, talvolta scomoda, di Pier Paolo Pasolini: figura caleidoscopica e complessa che in epoca moderna rischia di essere semplificata o strumentalizzata. Il volume restituisce tutta l’eclettica complessità dell’autore e intellettuale, ricco di contraddizioni e foriero di lungimiranze.

Pier Paolo Pasolini in 50 interviste, l’autoritratto di un uomo

Pasolini 50 interviste
Copertina – Iacobelli Editore

Il volume Pier Paolo Pasolini. L’uomo e l’intellettuale in 50 interviste, edito Iacobelli editore e curato da Franco Grattarola, raccoglie cinquanta intervista lasciate da Pasolini fra il 1957 e il 1975, un periodo in cui il fermento intellettuale e artistico dello scrittore e regista risulta vivido, così come la sua produzione. L’arco temporale preso in considerazione nell’opera rimarca l’evoluzione di pensiero di Pier Paolo Pasolini che, nel bel mezzo delle trasformazioni dell’Italia dell’epoca, si espone alla società con tutte le sue contraddizioni.

Le interviste riportate nel volume vanno a sottolineare proprio la figura di un personaggio cangiante che si misura con il proprio tempo, emergendo senza filtri. L’intervista, nell’opera di Grattarola, diviene strumento di indagine non atto alla mera divulgazione; la forza del volume risiede, infatti, nella forma stessa che lo struttura. Nel libro esiste un Pasolini differente: un uomo che reagisce alle domande, interloquisce con soggetti diversi, si espone anche a costo di essere scomodo in tutta la sua intellettualità e lungimiranza.

Non esiste controllo ma esposizione che fa emergere una verità autentica, originata dal confronto diretto; ed è proprio nella dimensione dialogica che affiora la veridicità radicale di Pier Paolo Pasolini, una realtà profetica di un uomo oracolistico che con il suo pensiero ha presagito diversi aspetti dell’attuale società. Nell’intervista di Franco Nebbia Pier Paolo il profeta (1974), per esempio, alla domanda sulla propria visione del mondo contemporaneo, Pasolini risponde:

”Il mondo contemporaneo mi appare come qualcosa di profondamente, totalmente nemico, davanti al quale la tendenza è il rifiuto. […] Il mio odio per il mondo contemporaneo nasce dal fatto che non riesco ad accettare l’industrializzazione totale, né il nuovo rapporto tra produzione e consumo, né la cultura di massa. La fusione di questi tre aspetti del mondo in cui viviamo ha generato qualcosa che non posso sopportare, e non per ragioni – diciamo – economiche, perché effettivamente il tenore di vita in generale è migliorato, e nemmeno per un fatto culturale, perché la cultura raggiunge diversi strati della popolazione, sia pure come cultura della classe dominante, e neanche per ragioni strettamente moralistiche, perché sono d’accordo che l’uomo deve cambiare, adeguarsi. Le ragioni che generano questo mio rifiuto sono altre, ad esempio sento che i valori umani ai quali sono attaccato irrazionalmente stanno scomparendo”.

Franco Nebbia,” Pier Paolo Il Profeta”, L’Intrepido, 17 ottobre 1974

Alla domanda di Nebbia su quali fossero i valori che stessero scomparendo, Pasolini dà nuovamente una risposta sorprendentemente attuale:

”La cultura o quello che era sino a pochissimi anni fa. Cultura che era estremamente composita. Era formata da tante culture particolaristiche, ognuna delle quali era reale. Tanto per dirne una, quella che era la cultura della piccola borghesia e del popolo milanese. Oppure pensiamo un attimo al popolo napoletano o al sottoproletariato della borgata romana, ai contadini del Sud, o a quelli friulani. Tutte queste culture, così reali e autentiche nella loro particolarità, erano quelle che rendevano gli italiani vivi, anche simpatici e, malgrado i loro difetti, degni di amore. Adesso queste culture particolati sono state tutte spazzate via”.

Franco Nebbia,” Pier Paolo Il Profeta”, L’Intrepido, 17 ottobre 1974

Una pensiero pasoliniano ripreso anche in un’altra delle interviste riportate nel volume curato da Franco Grattarola edito Iacobelli Editore. In Pasolini: Anche il consumismo è un lager di Paolo Ceratto si sottolinea come l’intellettuale nei suoi numerosi interventi abbia accusato gli italiani di aver perduto la propria tradizione. A questa affermazione Pasolini risponderà:

”Di aver perso la sua realtà. Tradizione detta in un certo senso è una parola sciocca e antipatica. Ma in un certo modo la tradizione è semplicemente la vita. […] Adesso è finito tutto. È finito. Non hanno più la loro cultura e non hanno ancora raggiunto la cultura piccolo-borghese che viene loro imposta perché non hanno la possibilità economica di raggiungerla. E quindi sono smarriti e sono in uno stato di disorientamento […] Perché queste masse fluttuanti di gente che ha perduto i suoi valori morali e non ha acquistato dei valori morali nuovi è una massa amorfa, disorientata, imponderabile e che è infatti crudele. E la malavita è diventata spaventosamente crudele perché è al di fuori di ogni scala di valori”.

Paolo Ceratto, ”Pasolini: anche il consumismo è un lager”, L’Avanti!, 9 novembre 1975

Pasolini e il contrasto fra mondo moderno e universo contadino

D’altronde, tale pensiero pasoliniano ben si delinea in un suo articolo molto noto: Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino contenuto nei noti Scritti Corsari ma originariamente pubblicato con il titolo Lettera aperta a Italo Calvino. Pasolini: quello che rimpiango su Paese Sera l’8 luglio 1974, in cui Pasolini sviluppa una riflessione molto netta sul contrasto tra le due realtà; da un lato la storia, quel mondo moderno, industriale e borghese e dall’altro il mondo contadino, radicato nella vita reale. Pasolini sostiene che la storia ufficiale – quella dei libri, della politica, del progresso – è in realtà limitata in quanto riguarda solo una piccola parte dell’umanità, ovvero le classi dominanti e i processi che anticipano la modernizzazione.

Al contrario, il mondo contadino è definito immenso in quanto è una rappresentazione icastica di una civiltà millenaria; una condizione che per secoli ha rappresentato la maggioranza degli esseri umani. Il processo di industrializzazione e consumismo distruggendo questo mondo contadino, ha uniformato le culture cancellando differenze antropologiche profonde. La civiltà contadina, considerata invece marginale, diviene invece fondamentale per capire l’uomo e le sue profondità:

”Che io rimpianga o non rimpianga questo universo contadino, resta comunque affar mio. […] modello culturale offerto agli italiani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico. La confor­mazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamen­to. È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, del­la nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuo­vo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la ridu­zione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. I dialetti (gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spa­zio: i figli sono costretti a non parlarli più perché vivono a Torino, a Milano o in Germania. Là dove si parlano ancora, essi hanno totalmente perso ogni loro potenzia­lità inventiva. Nessun ragazzo delle borgate romane sa­rebbe più in grado, per esempio, di capire il gergo dei miei romanzi di dieci-quindici anni fa: e, ironia della sorte!, sarebbe costretto a consultare l’annesso glossario come un buon borghese del Nord! ”.

Pier Paolo Pasolini, Lettera aperta a Italo Calvino. Pasolini: quello che rimpiango su Paese Sera, l’8 luglio 1974

La fragile separazione fra uomo e intellettuale

Il titolo del libro anticipa il filo conduttore che percorre l’intera opera, suggerendo una distinzione fra Pasolini uomo e intellettuale: tuttavia si tratta di una separazione fragile, una verità che emerge dall’ intera lettura del volume. L’uomo e l’intellettuale non confluiscono mai in modo coincidente nella figura pasoliniana ed è proprio questa divergenza quasi umbratile che genera tensione. Pasolini non è solo un intellettuale, ma un intellettuale con varie identità che, il volume, coglie magistralmente: il poeta, il giornalista, lo scrittore, il regista. Colui che parla di edonismo del consumo, di una società che attraverso il consumismo perde la propria reale identità naufragando verso l’omologazione.

Pier Paolo Pasolini è stato un pensatore lungimirante che ha profetizzato l’andamento attuale del mondo moderno con una diagnosi sociale e antropologica adamantina: basti pensare ad alcuni dei suoi articoli più noti e ancora attuali come Festività e consumismo (Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969), dove un Pasolini antesignano dell’andamento sociale già profetizzava l’inglobamento delle festività all’asettico ed espositivo consumismo. Tali aspetti emergono limpidi nel volume curato da Franco Grattarola, senza alcun filtro. Nelle interviste emerge la dimensione personale di Pasolini e del proprio rapporto conflittuale con la società del tempo ma, soprattutto, la sua esposizione e la sua visione ricca di contraddizioni.

Pasolini non ha paura di contraddirsi e, anzi, questa voce dissonante e critica diventa strumento di indagine; un pensiero non prostrato alla semplificazione e che non si lascia rinchiudere da una linearità stantia. Il volume rimarca proprio questa caratteristica: un intellettuale contro il suo tempo dotato di pensiero libero, presago e sagace. Attraverso le interviste emerge con forza il rapporto conflittuale tra Pasolini e la società italiana del suo tempo, dissonanza che risuona ancora oggi.

Pasolini in 50 interviste, il pensiero lucido di un intellettuale scomodo

Pier Paolo Pasolini guarda con lucidità ai processi di trasformazione culturale e sociale, ma la sua non è mai una critica nostalgica: è, piuttosto, un’analisi radicale. Leggerlo oggi significa entrare in un pensiero capace di anticipare dinamiche che si sarebbero manifestate pienamente solo negli anni successivi. È questa capacità di vedere oltre il proprio tempo a rendere il libro ancora così attuale.

Il volume ha il merito di sottrarre Pasolini alle letture semplificanti: non esiste un solo Pasolini, ma una pluralità di voci. Se nel tempo la sua figura è stata spesso trasformata in icona, le interviste restituiscono un autore inquieto, talvolta contraddittorio, e proprio per questo profondamente reale. La forza con cui Pasolini analizza la società italiana e le riflessioni che emergono dalle interviste contenute nel volume, conservano ancora oggi una straordinaria incisività.

Pier Paolo Pasolini. L’uomo e l’intellettuale in 50 interviste, curato da Franco Grattarola e pubblicato da Iacobelli Editore, si configura come uno strumento prezioso per avvicinarsi alla complessità pasoliniana senza riduzioni semplificanti. Attraverso la forma dialogica dell’intervista, il volume restituisce un Pasolini vivo, mobile, attraversato da tensioni e contraddizioni. Ne emerge il ritratto di un intellettuale capace di interrogare il proprio tempo con uno sguardo lucido e spesso scomodo, ma anche di parlare con sorprendente forza al presente.