Che il sistema dei beni culturali in Italia abbia una storia a dir poco frammentata e incerta non è mistero. A pagarne il prezzo, però, sono dottorandi e specializzandi che ancora, purtroppo, si illudono che questo sistema permetta di mettere in campo lavorativo le competenze di chi studia per almeno otto anni della propria vita. E il problema sono loro, le Scuole di Specializzazione in patrimonio artistico: più di una laurea, meno di un dottorato, ed un investimento (o spreco di soldi) che ad oggi ha portato ben poco beneficio sia agli studenti che al nostro caro Ministero della Cultura.
Scuole di specializzazione e patrimonio artistico: la circolare della discordia

Il 10 novembre scorso il Mic (Ministero della Cultura) pubblica a bruciapelo la circolare n. 133. Che specifica che, a differenza di quanto accaduto fino ad ora, non sarà più necessario il possesso dei tre titoli canonici post-laurea (dottorato, diploma di specializzazione o master di II livello) per poter accedere alla posizione di funzionario del ministero. Lo sgomento, a questo punto, è tanto, almeno per gli addetti ai lavori. Per parlarne in maniera più chiara, tuttavia, è necessario fare un passo indietro.
Le scuole di specializzazione in beni storico artistici nascono, in Italia, in momenti frammentati. Della prima, quella dell’Università La Sapienza di Roma si ha documentazione già nel 1901, per volere di Adolfo Venturi, storico dell’arte che per primo osservò l’importanza dell’insegnamento della disciplina storico-artistica in Italia. Sulla fine degli anni ’70 e ’80, molte università si adeguarono alla necessità del nostro patrimonio, che diventava sempre più complesso e difficile da gestire. Per questo, si sentì l’esigenza di creare dei percorsi ad hoc per formare figure specializzate. Fino ad allora, infatti, l’accesso ai ruoli di funzionario storico dell’arte avveniva spesso tramite concorsi senza un percorso formativo uniforme. Così, le scuole di specializzazione vengono pensate come titolo qualificante: garanzia di una formazione tecnico-scientifica adeguata.
L’università, infatti, non era più in grado di offrire questo tipo di preparazione nei quattro campi canonici della conservazione del patrimonio: storico-artistico, conservativo e diagnostico, museologico, archeologico e bibliotecario-archivistico. L’idea era, alla fine, di garantire un percorso alternativo al dottorato (di ricerca, appunto), che fornisse una formazione pratica ed altamente specializzata. Un’idea nobile, come lo sono tantissime in Italia. Così, nel 1999, il D.M. 509/1999 (successivamente aggiornato dal D.M. 270/2004), nascono definitivamente le scuole di specializzazione come percorsi post-laurea universitari di 2 anni.
A cosa servono quindi queste scuole?
Sebbene l’intento sia coerente e necessario alla tutela del nostro patrimonio nazionale, si è creata negli anni una totale discrepanza tra quanto promesso e quanto attuato. La promessa, infatti, di creare dei percorsi specializzanti si riduce, in moltissimi casi, nel propinare programmi visti e rivisti, relativi alle competenze da sviluppare durante la laurea triennale; il tirocinio curriculare che -al pari delle specializzazioni mediche- è fondamentale per acquisire competenze sul campo, si riduce a 200, 150 o addirittura 100 ore (per intenderci, due settimane in full time). Nel caso di scuole iniziate nella stessa Università del percorso triennale e magistrale, poi (come spesso accade già nel passaggio dal triennio al biennio), il ricambio di docenti è pressoché inesistente, portando un approccio alla materia già conosciuto.
Il tutto, non dimentichiamoci, con costi da capogiro: la media nazionale è di 2.000 euro all’anno di sole tasse (esclusi la tassa di diploma, manuali, dispense, materiali vari, affitto e costo della vita. Consideriamo che stampare una copia di tesi finale può avere un costo anche di 80 euro), senza nessun tipo di sostegno regionale o nazionale. Nessuno stipendio, dunque, come accade invece per le scuole mediche (ma questo è un discorso che interessa vari campi, non solo quello artistico e archeologico). Il risultato è un ottimo titolo, che non può essere speso.
La situazione dei concorsi in Italia
Il titolo, infatti, è raramente spendibile. Se consideriamo che l’ultimo concorso fatto risale al 2023, e quello precedente ancora al 2016, e andando ancora più indietro si arriva al 2008, la considerazione più logica da fare è che le possibilità siano veramente minime. Secondo il rapporto Minicifre della Cultura (edizione 2023), tra il 2018 e il 2021 ci sono stati 462 diplomati nelle scuole di specializzazione in beni culturali. I posti banditi nel 2023 erano 518, divisi per categoria. Consideriamo, in tutta questa equazione, che “in coda” c’erano anche tutti gli specializzati degli anni precedenti: è matematicamente impossibile, insomma, dare un posto a tutti.
Non sarebbe un problema se questo non andasse a cozzare con due aspetti importantissimi di questa vicenda. Il primo, fondamentale: questo titolo, il diploma di specializzazione, non è sempre spendibile nei settori privati. Nonostante l’alta formazione, è sempre più difficile trovare contesti (di lavoro privati, ma anche accademici) in cui ci si possa inserire. Il secondo, ancora più importante, è che questo titolo è un requisito necessario per avere accesso agli elenchi dei professionisti del ministero (nati con il DM 244 del 2019), che lo richiede (al pari del dottorato, ed insieme ad una comprovata esperienza sul campo di oltre dodici mesi).
Il problema della circolare
Ed è qui che i professionisti sono -giustamente- insorti: l’ingresso delle nuove leve con la sola laurea magistrale avrebbe mortificato e vanificato gli anni di sacrifici e di studio di un’intera categoria. Questo perché chi, in possesso della sola laurea, avrebbe potuto dirigere e coordinare figure con parecchi anni di esperienza alle spalle. Insomma, si può dire? Una norma tutta italiana, che non solo sottovaluta il potere dell’alta formazione, ma ribalta un sistema piramidale dove a pagarne il prezzo è, come sempre, il nostro patrimonio.
E con questo non si vuole intendere che i laureati magistrali non siano bravi e capaci, anzi. Ma sarebbe un azzardo e un’imposizione forzata quella di non permettere a chi esce dall’università di acquisire nuove competenze in materia non solo pratica, ma anche teorica e, soprattutto, di gestione del patrimonio, già in una situazione altamente precaria. Negli anni il vero punto di forza del Ministero, che già di per se ha cambiato nome parecchie volte, è sempre stato l’alta specializzazione dei funzionari tecnico-scientifici, altamente preparati (ricordiamoci, infatti, che un percorso uguale o simile a quello delle Scuole non esiste in altri Paesi del mondo).
Il ritiro della circolare
Fortunatamente, il giorno dopo l’uscita di questa circolare, ne è seguita un’altra che la annullava prontamente (addirittura, non è più disponibile sul sito). E così, noi specializzandi possiamo tirare un sospiro di sollievo. In ogni caso, la strada è molto lunga: un concorso bandito ogni sette/otto anni non permette la corretta conservazione del patrimonio, più che il ruolo dei funzionari si sta riducendo sempre di più a meri burocrati.
Così, i monumenti crollano (si pensi alla povera Torre dei Conti a Roma), l’archeologia versa in stato di abbandono, e la ricerca non prosegue. A chi, invece, continua a sostenere che il nostro dovrebbe essere un Paese fondato sul turismo, l’invito è quello di andare ad osservare la situazione in cui versano le nostre tanto invidiate città d’arte. Si pretendono musei gratis per tutti, ma senza personale. Perché, e questo è sempre bene ricordarlo, i professionisti dei beni culturali sono lavoratori, altamente specializzati, che mettono a servizio le loro competenze e conoscenze. Così come fanno i medici, gli ingegneri e i manager.
Marianna Soru





