No Other Choice è la nuova opera di Park Choon Wook, un film per certi aspetti simile a Parasite tranne che questa volta è la classe media declassata a dover sgomitare per trovare un posto nel mondo. Un padre di famiglia viene licenziato e per recuperare il lavoro vuole uccidere tutti gli altri candidati che potrebbero essere assunti al posto suo. Il lungometraggio è tratto da un libro di Donald E. Westlake chiamato The Ax che era già stato adattato da Costa-Gravas nel film Cacciatore di Teste.
No Other Choice: il film di Park Choon Wook favorito nella stagione dei premi, diventa metafora universale
Il film con la fenomenologia intimista di un momento personale che diventa metafora universale, sta lasciando il posto a film più corali, in cui si mette in scena lo scontro sociale e politico emergente, innalzato a metafore globale.
Ad inaugurare questo nuova ondata politica è stato Civil War, un film che immagina una guerra civile americana contemporanea, raccontata con un taglio alla Apocalypse Now con questa macchina che attraversa gli Usa dilaniati.
Poi sono arrivati Eddington e Una battaglia dopo l’altra a fare da spartiacque.
Già il titolo del film “No Other Choice – Non c’è altra scelta” richiama un concetto caro al filosofo k-punk Mark Fisher, ossia il famoso Tina (there is no alternative) che denuncia l’impossibilità di avere un’alternativa a questo sistema economico. Se nel film di Muccino il protagonista Will Smith cerca e trova la felicità quando lo assumono, in questo si cerca il minimo indispensabile che si può ottenere solo umiliandosi e mettendo in imbarazzo tua figlia che si vergogna di te.
Ma anche quando lo ottieni, a che prezzo?
Sembra quasi una vittoria di Pirro. Il protagonista Man-Soo soprannominato Super-Man-Soo come presa in giro per il suo essere ordinario, è un brav’uomo di mezza età ex alcolizzato che per orgoglio maschile non sa chiedere aiuto neanche per il dente dolorante alla moglie che lavora per uno studio dentistico, figuriamoci ammettere di avere un problema o chiedere aiuto dopo licenziato. Ha lavorato per quindici anni per un’azienda che produce carta, una materia prima fondamentale ma che è a rischio sostituzione dalla tecnologia, esattamente come l’essere umano.
In questa lotta contro il tempo moderno c’è qualcosa del Chaplin schiacciato nella catena di montaggio ormai spezzata con la scala sociale bloccata.
Il regista Park Chan Wook, già regista della trilogia della vendetta con il film cult Oldboy, in questo caso riesce a far scorrere questa black comedy a sfondo sociale, pur non discostandosi molto dal filone nato con Parasite e Squid Game, eppure alla fine gli omicidi in stile Jackie Chan d’autore, sono praticamente slapstick e riescono ad essere divertenti.
Nel finale quando il protagonista spiega che bisogna reinventarsi e trovare soluzioni creative, cioè far fuori la concorrenza in modo spietato, rappresenta bene l’ipocrisia di un mondo che chiama merito ciò che non lo è.
A differenza di Eddington che nella confusione da torre di babele riesce a far emergere significati reconditi e con il tempo fermenta nuove prospettive, No other choice resta un po’ troppo evidente. È il problema dei film a tesi specialmente politica che non dicono molto di più di quello che si vede, come Don’t Look Up che è divertente al momento, però dopo tende a lasciare meno dato che il messaggio è chiaro e semplice.
Il sistema non regge più così ma non c’è altra scelta.





