Il governo del Giappone ha approvato un’importante modifica alle proprie regole, autorizzando la vendita di armi letali, come missili, aerei da guerra, carri armati, navi da guerra e droni armati, ad altri Paesi, fino ad ora non consentita. Prima di oggi, le uniche armi acquistabili dal Sol Levante erano quelle non letali, ad esempio sistemi di trasporto o per il riconoscimento delle mine antiuomo. A volere fortemente questo cambiamento, che altera significativamente le politiche pacifiste adottate dalla nazione dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata la prima ministra Sanae Takaichi.

Nel corso della riunione, sono stati oggetto di discussione anche i “Tre principi sul trasferimento dell’equipaggiamento di difesa”, ovvero le linee guida sulle esportazioni di armi, adottate nel 2014 da Shinzo Abe. Il Consiglio di sicurezza nazionale, di cui fanno parte la premier e i ministri competenti, analizzerà le eventuali esportazioni di armi letali e deciderà a riguardo; in ogni caso, queste saranno limitate solo a diciassette Paesi che hanno accordi di cooperazione su difesa e trasferimento di equipaggiamenti militari con il Giappone, tra cui figurano gli Stati Uniti e l’Italia.

Il Giappone apre alla vendita di armi letali all’estero, e mira a rinforzare l’esercito

Ora che le autorità hanno rimosso le restrizioni, l’industria militare giapponese potrà sviluppare nuove armi per le esportazioni, favorendo in questo modo anche lo sviluppo di un esercito più professionale. Dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, infatti, il Giappone non ne possiede uno vero e proprio: nel 1947, quando la Costituzione del Paese venne scritta, gli Stati Uniti glielo vietarono formalmente. Lo Stato possiede solo un corpo chiamato “Forze di autodifesa” che ha il compito di difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi o invasioni esterne; non può, al contrario, essere impiegato in missioni armate all’estero.

Negli ultimi mesi, tuttavia, le pressioni interne alla destra -da sempre favorevole a un riarmo nazionale- si sono fatte più insistenti, soprattutto dopo la crisi con la Cina, risalente allo scorso anno. La questione aveva avuto inizio quando, in parlamento, la premier aveva dichiarato che, se la Repubblica Popolare Cinese avesse invaso Taiwan, il Giappone avrebbe considerato l’aggressione ai danni dell’isola come una “minaccia esistenziale”, e avrebbe risposto militarmente. Xi Jinping aveva reagito inviando, in segno di provocazione, diverse navi della propria guardia costiera al largo delle coste di alcune isole controllate da Tokyo, ma rivendicate da Pechino.

Federica Checchia