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Pescatori arrabbiati fermi in banchina

I guai non vengono mai da soli. La spirale negativa degli effetti della crisi economica tocca anche il mare. I pescatori, arrabbiati, sono costretti a rimanere fermi al porto a causa del costo proibitivo del gasolio che alimenta i motori delle loro imbarcazioni. Tra proteste e richieste d’aiuto, il grido dei lavoratori del mare si fa sentire con forza. È in gioco il futuro di migliaia di posti di lavoro.

Costretti a lavorare in passivo

Il rincaro dei combustibili si fa sentire nella vita quotidiana e si ripercuote su tutte le merci in vendita. È così anche per il mercato ittico che sta affrontando tempi duri. I pescatori si ritrovano a dover lavorare in perdita. Molte sono state le proteste e i porti bloccati. Dalla Campania alla Sicilia, dal Lazio alla Liguria. Una parte fondamentale dell’economia della penisola italica.

Il gasolio per la navigazione è aumentato in breve tempo arrivando a costare 1,20 euro al litro. Un aumento notevole rispetto allo scorso inverno di circa 50 centesimi. La questione è piuttosto grave se rapportata al costo di un’uscita in mare. Una giornata di pesca arriva a costare oltre 4000 euro. La domanda che si pongono i professionisti del settore è: «quanto pesce dovremmo vendere per non andare in perdita? E a che prezzo?». Molti si sono ritrovati ad avere una spesa superiore al guadagno, continuando a lavorare nonostante la perdita pur di mantenere in piedi l’attività.

Pescatori arrabbiati col governo

Nonostante abbiano attirato più volte l’attenzione sulla problematica, i pescatori hanno innescato proteste in tantissimi porti italiani, delle volte bloccando perfino dei camion-frigo che trasportavano pesce in arrivo dall’estero. A Manfredonia, duecento pescherecci si sono schierati a chiusura del porto impedendo a una nave di salpare per le Tremiti. La loro rabbia è rivolta al governo così come quella di altri settori.

L’esecutivo non ha ancora adottato misure concrete per bilanciare il rincaro del gasolio e consentire ai pescatori di lavorare in attivo. La richiesta è quella di mettere in campo degli incentivi o degli sgravi fiscali che consentano di riportare il prezzo del gasolio ai 70/80 centesimi pre-rincaro. La problematica si ripercuote naturalmente su tutta la filiera. Molti ristoranti non ricevono il pesce fresco e si sono già adoperati per rimuoverlo dai loro menù, come è accaduto in più regioni costiere d’Italia dallo Ionio all’Adriatico al Tirreno.

La cocorrenza neutralizza il made in Italy

Costretti a rimanere fermi o a lavorare a patto di non trarne profitto, i pescatori italiani sono amareggiati e delusi, ma anche arrabbiati. Mentre la loro attività è a repentaglio, si lamentano del fatto che in Italia giunga comunque il pesce importato dall’estero. L’80% è attualmente di importazione. Lo conferma Coldiretti secondo le proprie stime. In testa all’importazione troviamo Spagna, Grecia e Nordafrica.

Il pesce attualmente sulle tavole degli Italiani non manca, ma scarseggia il prodotto della pesca nostrana. Ad alimentare la protesta dei pescatori è l’affermazione secondo cui mentre loro sono costretti a non poter uscire, altri pescherecci di altre nazioni pescano nei mari Italiani rivendendo ai nostri mercati quanto raccolto, danneggiando irrimediabilmente un settore che subisce giorno dopo giorno gravi perdite.

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