Cinema

San Valentino al veleno: “Storia di un matrimonio”, con Scarlett Johansson e Adam Driver

San Valentino al veleno, Storia di un matrimonio, dello straordinario Noah Baumbach (Il calamaro e la balena, Frances Ha), dolceamara cronaca del divorzio tra un egocentrico registra teatrale e la “sua” insicura attrice. La sensibile scrittura di Baumbach distribuisce le colpe, sviluppandosi su un sistema dialettico in cui il punto di vista maschile è privilegiato solo per esigenze narrative, ma non morali, in un film in cui nessuno è vincitore. Nicole indecisa ed emotiva, è voce della codipendenza e della coralità, mentre Charlie è simbolo dell’individualismo e dell’autosufficienza. L’amore è il difficile o forse impossibile compromesso tra le due istanze, nonché premessa di uno stato paradossale di morte dell’identità e desiderio vitale dell’altro. “Being alive”, canta lo sconfitto Charlie, in un film che vive e respira di teatro e della nozione di performance, come metafora dello sforzo consumante che bisogna sostenere per sopravvivere e sentirsi vivi, in una relazione.

Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) sono sposati, hanno un figlio, Henry, di circa 5 anni e vivono a New York. Charlie è un regista di teatro avanguardista e Nicole è la prima attrice delle sue produzioni. La coppia si prepara al divorzio, catalizzato dalla scoperta di un’avventura extraconiugale di Charlie e dalla decisione di Nicole di perseguire una possibile carriera hollywoodiana, abbandonata dieci anni prima, per darsi alla “vera arte” con il marito. Nicole si reca con il figlio a Los Angeles per installarsi a lungo termine in quella che è peraltro la sua città d’origine, e dove gode del sostegno della famiglia. La carriera di Charlie sta decollando proprio in questo momento, ed egli ha bisogno di stare a New York. I due avevano deciso di separarsi amichevolmente. Nicole, tuttavia, mette di mezzo l’avvocato squalo Nora (Laura Dern) ed inizia un dispendioso ed inutile “massacro”.

San Valentino al veleno, Storia di un matrimonio destinato a fallire

La benevola descrizione del partner che Charlie e Nicole scrivono, su ordine del terapista, indica i fattori del fatale scoppio. Nicole è empatica, assorbita negli altri. Insicura e disorganizzata, procede seguendo i propri sentimenti, rimanendo così, volente o nolente, succube di decisioni e giudizi del marito. Charlie è autosufficiente ed egocentricamente assorbito nella propria visione delle cose. Nessuno è migliore di lui a “far gruppo”, ma la sua energia include gli altri in una dinamica non paritaria. Egli crea il mondo immaginario di cui le persone sono ben desiderati ospiti ma ne rimane il capo indiscusso; giudica le prestazioni di fine spettacolo con le sue famose “note correttive”. Un ego in espansione, che ha fatto comodo a Nicole finchè ella si sentiva realizzata a costituirne un prolungamento, ma risulta anche, alla lunga, soffocante. La donna ha annullato la propria identità nell’opera e nel giudizio del pretenzioso marito.

L’inconciliabilità dei due coniugi è legata alla contraddittorietà degli estremi che essi rappresentano. L’amore può diventare una forma di morte, annullamento identitario nell’altro, cosa che è avvenuta nel caso di Nicole. Può essere invece una forma di vitale ma esagerata inclusione; una proiezione di sé nella gestione altrui, come avviene nel caso di Charlie, il quale “si sente vivo” nell’avere il timone in mano. Tale atteggiamento è tanto sbagliato quanto quello di Nicole, a cui nessuno ha mai impedito di cercare una via autonoma. Lungi da definire un hollywoodiano sistema di elezione del buono e del cattivo, Baumbach si limita a caratterizzare lo scontro come una dialettica tra la voce “corale” di Nicole e quella “individualista” di Charlie. Nicole è infatti dipendente dagli altri e, dopo il marito, si rifugia nella famiglia; Charlie, che va sempre diritto per la sua strada, imparerà a seguirla.  

San Valentino al veleno: "Storia di un matrimonio"- Photo Credits: dailybest.it
San Valentino al veleno: “Storia di un matrimonio”- Photo Credits: dailybest.it

La performance teatrale come immagine di sopravvivenza

Emblematiche le due “performance” finali; Nicole canta con la madre e la sorella, la propria voce completamente impastata ed annullata nell’insieme. Charlie si esibisce in un “one-man-show” di matrice teatrale, riproducendo le repliche degli attori del musical Company di Stephen Sondheim in una canzone-monologo, in cui sembra parlare con le voci della propria testa. Sequenze che costituiscono il naturale apice di un film che si nutre e respira di teatro, non solo in termini descrittivi, ma soprattutto espressivi. Non ci si limita a mostrare il dietro le quinte degli spettacoli di Charlie, ma motivi e forme artistiche di questo medium permeano la vita dei due coniugi, durante il racconto. Si cita già il motivo della maschera, nella sequenza in cui Nicole è truccata per girare il pilota. Si prosegue con la forma dei monologhi, in cui la telecamera si sistema in posizione fissa e lascia gli attori liberi di muoversi.

Essi camminano per stanze o nei corridoi retrostanti, tra veloci passaggi alla toilette che si atteggiano ad uscite e rientrate di scena, non smettendo mai di parlare. Il monologo è espressione del punto di vista, come nel caso dei coniugi, o messa in posizione dell’artiglieria schiacciante, come nel caso dei feroci avvocati. Il divorzio è uno show in cui niente può andare storto. L’idea delle “prove” è echeggiata nella tragicomica scena in cui Nicole dà istruzioni alla sorella per consegnare le carte di divorzio a Charlie, come se stesse preparando una pièce. Ritorna poi nel momento in cui Nicole è guidata dalla cinica Nora a preparare” le battute” da recitare ai servizi sociali; allo stesso fine, Charlie si fa aiutare dalla propria decoratrice di scena, ad allestire una casa dall’aria “calorosa”, prontamente decorata come se fosse un set.

La sconfitta, il fallimento inevitabile, la rinascita

La performance, più che sottolineare l’adozione di finti ruoli, si fa soprattutto espressione del surreale e sovrannaturale sforzo, richiesto dalle circostanze; il cui fondamentale masochismo è simboleggiato dalla scena in cui Charlie, volendo teatralmente intrattenere l’assistente sociale, le mostra un “effetto speciale” che finirà per fargli sanguinare abbondantemente la mano. Nello stesso senso va il motivo del travestimento, che risulta in annichilimento e sparizione; egli si veste da Uomo Invisibile e, alla fine del film, diventerà, suo malgrado, un semplice lenzuolo di fantasma. Tali motivi sono peraltro visualmente attribuiti anche a Nicole, spesso rappresentata su degli spazi monocromatici dalle stesse tinte dei propri vestiti, importante come una carta da parati.

Resta tuttavia la speranza. Il messaggio di affetto che Nicole si è incaponita di non leggere al marito, viene casualmente trovato e letto direttamente dal bambino al padre, in un attaccamento che si rinnova nel sentimento genitoriale. Emozioni conflittuali, amore sostanzialmente paradossale per un film di realistiche e antiretoriche sfumature. Sei nomination all’Oscar, inclusi i due eccellenti protagonisti. Meritatissima statuetta alla geniale Laura Dern, avvocatessa californiana tutta palestra, tè verde e moine. Dietro alle pose, le smancerie e le faccette si cela un tremendo squalo da tribunale, il quale tuttavia dà voce ad una giusta invettiva contro il sessismo del sistema:”Le madri devono essere perfette come la Madonna, mentre i padri sono come Dio, non si fanno vedere”, linea tra l’altro improvvisata dalla superba attrice. San Valentino al veleno, capitolo 1: Storia di un matrimonio.

Sara Livrieri

Seguici su

Facebook

Metropolitan Cinema

Instagram

Twitter

Back to top button