I tecnici che, nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, stavano effettuando un test di sicurezza nella sala controllo della centrale nucleare V.I. Lenin di Chernobyl (Černobyl’), a circa 160 km da Kiev, non avrebbero mai potuto immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a poco. L’intenzione era verificare se, in caso di un’interruzione improvvisa di corrente, la rotazione residua delle turbine riuscisse comunque a fornire una quantità di elettricità da garantire il funzionamento delle pompe di raffreddamento, almeno per il minuto che occorreva ai generatori di emergenza per accendersi. Per capirlo, bisognava disattivare i sistemi automatici di emergenza e abbassare la potenza di un reattore, in quel caso il numero 4. Qualcosa, però, andò storto.

La notte di Chernobyl: le due esplosioni e il silenzio dell’Unione Sovietica

La potenza si abbassò a un ritmo troppo sostenuto, facendo scattare gli allarmi. All’una e ventitré, un operatore tentò una mossa disperata per evitare il disastro, premendo il pulsante di spegnimento d’emergenza. Era, però, troppo tardi. La prima esplosione di vapore fece saltare in aria il coperchio d’acciaio e cemento che sigillava il nocciolo; la seconda, pochi istanti dopo, distrusse il tetto della centrale. La gravità dell’incidente non fu subito chiara. A Pripyat, quarantasettemila abitanti a soli tre chilometri dal reattore, l’ordine di evacuare arrivò solo il giorno dopo, a più di trentasei ore dall’esplosione. Oltre mille autobus portarono via i residenti dalle loro case: non vi fecero mai più ritorno.

Per i primi due giorni, l’allora Unione Sovietica tenne i media internazionali all’oscuro di tutto; la mattina del 28 aprile, tuttavia, nella centrale svedese di Forsmark le scarpe di un tecnico fecero scattare i sensori di radioattività. Inizialmente Mosca negò ogni cosa e, soltanto in serata, l’agenzia Tass diffuse un breve comunicato: “Si è verificato un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl”. Quasi un mese dopo, Mikhail Gorbaciov ammise: «Una sventura è scesa su di noi».

La guerra tra Ucraina e Russia mette a rischio la centrale

A quarant’anni da quella notte fatale, Chernobyl rappresenta ancora una minaccia, e non solo per le radiazioni residue. A proteggere il luogo del disastro si erge il “nuovo confinamento sicuro” (NSC), la più grande struttura mobile in acciaio mai costruita, più alta della Statua della Libertà e più larga del Colosseo. Completato nel 2019 al costo di 2,5 miliardi di dollari, grazie al sostegno economico di quarantacinque Paesi, il NSC è stato costruito per proteggere il mondo da ciò che si cela al di sotto della sua superficie. La guerra tra Russia e Ucraina, tuttavia, mette a rischio il precario equilibrio dell’area.

L’esercito russo ha occupato Chernobyl nelle prime settimane dell’invasione, nel 2022; tre anni dopo, un attacco di droni contro l’impianto ha fatto tremare l’Europa. Nell’angolo nord-ovest del tetto, una toppa provvisoria segna il punto in cui, il 14 febbraio 2025, un drone russo ha squarciato la struttura, aprendo un varco nell’arco e compromettendo la funzione stessa per cui era stato costruito.

Chernobyl è ancora una minaccia, ma la Russia non sembra capirlo

Qualora il sarcofago dovesse crollare, a causa di un impatto, di un cedimento strutturale o semplicemente per via dell’età, questo rilascerebbe nell’aria un’altra nube di particelle radioattive, senza alcuna protezione per contenerla. «Se il sarcofago crollasse, oltre cento tonnellate di combustibile nucleare verrebbero rilasciate nell’atmosfera», ha dichiarato il direttore generale dell’impianto, Serhii Tarakanov. «Il crollo del sarcofago rappresenterebbe innanzitutto un enorme pericolo per chi lavora nella centrale di Chernobyl. Ritarderebbe, inoltre, le operazioni di gestione del disastro», ha confermato Shaun Burnie, esperto nucleare di Greenpeace.

Funzionari ucraini ed esperti occidentali affermano che è necessario un restauro completo entro quattro anni. In caso contrario, la durata di vita di cento anni del NSC non sarà più così sicura. Si stima che il costo possa arrivare fino a cinquecento milioni di euro, una somma che il governo ucraino, a corto di liquidità, non ha ancora trovato. Nel frattempo, la guerra continua e la Russia ha ripetutamente lanciato droni e missili lungo le rotte di volo vicino alla centrale nucleare. Azioni che aumentano il rischio di un altro disastro e che, soprattutto, dimostrano ancora una volta come, in fondo, la storia non insegni proprio nulla, soprattutto a chi mette il potere davanti all’umanità e al buonsenso.

Federica Checchia