In questi giorni è diventato ufficiale il sodalizio tra Corrado Barazzutti e Fabio Fognini. L’italiano però non è la sola leggenda del tennis al fianco di un giocatore di oggi nei panni di tennis coach.

Carlos Moya

Leggenda del tennis spagnolo, Moya ha vinto in carriera 20 titoli, tra cui 3 tornei del Master 1000 un Roland Garros. Nel 1999 raggiunge la vetta del ranking mondiale e ci resta per due settimane. Finalista anche agli Australian Open e alle finali ATP, lo spagnolo ha conquistato anche la Coppa Davis nel 2004, al fianco di quello che sarebbe diventato il giocatore attualmente allenato. Quel giocatore, all’epoca diciottenne, è Rafa Nadal. I due già si conoscevano da anni, precisamente dal 1999. Impressionato dalle doti di quel ragazzino, Moya lo inserì in programmi di training in cui (per sua ammissione) faceva fatica a batterlo. Dal 2016 è nell’angolo di quel ragazzino in qualità di tennis coach per una collaborazione che continua anche adesso: in tre anni il maiorchino ha conquistato 7 Master 1000, 2 U.S. Open e 3 Roland Garros.

Carlos Moya, tennis coach di Nadal
Carlos Moya insieme a Rafa Nadal – Photo Credit: Getty Images

Goran Ivanisevic

La conosciamo tutti (anche io che all’epoca avevo cinque anni) la straordinaria storia di Goran Ivanisevic, che nel 2001 entrò all’All England Club con una wild card e ne uscì da vincitore. Non era mai successo e difficilmente succederà più avanti. In carriera per lui altri 21 titoli, tra cui due Master 1000; in più la Davis del 2005, anche se non giocò nessuna partita. Nel 2004 appende la racchetta al chiodo e nel 2013 inizia ad allenare. Prima il connazionale Cilic (vincitore nel 2014 degli U.S. Open), poi Berdych, Raonic e Djokovic. Molte erano state le polemiche suscitate dalla decisione di Nole (serbo) di accogliere nel suo staff Ivanisevic (croato). Ma Djoker ha voluto andare oltre vecchi rancori jugoslavi, convinto che Goran gli potesse dare una mano sull’erba. E aveva ragione: con lui un Wimbledon quest’anno.

Ivanisevic e Djokovic
Ivanisevic e Djokovic – Photo Credit: Keystone

Ivan Ljubicic

Accanto a Ivanisevic nel successo in Davis nel 2005 c’è uno che in quel torneo aveva avuto un certo peso. Ivan Ljubicic ha vinto solamente 10 titoli in carriera (tra cui un Master a Indian Wells) con pochi risultati nei tornei del Grand Slam (quello migliore resta la semifinale a Parigi nel 2006). Numero 3 nel ranking ATP, il croato si ritira nel 2012, iniziando un anno dopo una collaborazione con Milos Raonic. Questa dura fino al 2015, e nel 2016, quando Federer rompe con Edberg, entra nel suo staff. I due sono ottimi amici, anche se in 19 incontri Ljubo batte lo svizzero solo per 3 volte. Difficile pensare di migliorare un giocatore come Federer (a 34 anni suonati), ancora più difficile dire no. Sta di fatto che in tre anni con lui Re Roger si porta a casa 4 Master 1000, un Wimbledon e due Australian Open. Non proprio briciole.

Ljubicic e Federer dopo il trionfo agli AO – Photo Credit: Getty Images

Thomas Johansson

Tra i dieci è uno di quelli che ha vinto di meno e quello ha raggiunto la posizione più bassa nel ranking mondiale, n°7 nel 2002. È però in quello stesso anno che Johansson raggiunge un traguardo che non tutti sono stati in grado di raggiungere: agli Australian Open batte in finale Marat Safin, diventando il terzo svedese a vincere a Melbourne dopo Stefan Edberg e Mats Wilander. Non riesce però ad arrivare dove erano arrivati i connazionali agli altri Major, raggiungendo solo i quarti a Flushing Meadows e le semifinali ai Championship. Tuttavia è nella selezione svedese che trionfa nel 1998 in Coppa Davis contro l’Italia. Nel 2009 arriva il ritiro e nel 2012 la prima (breve) esperienza da allenatore, con Caroline Wozniacki. Quattro anni dopo entra nel team di David Goffin (anche lui massimo ranking al numero 7), per poi lasciarlo e ritrovarlo nel 2019.

Goffin insieme al tennis coach Johansson
Johansson e Goffin – Photo Credit: Belga Images

Magnus Norman

Prima compagno di Johansson nella Davis del ’98 e poi suo coach nel 2008, Norman a differenza dell’amico non ha vinto un Major, anche se nel 2000 raggiunge le finali a Parigi e le semifinali a Melbourne. In più però ha messo in bacheca 12 titoli, arrivando ad essere n°2 nel 2000. Una carriera comunque troppo breve, limitata dagli infortuni (problemi cardiaci, al ginocchio e all’anca) e conclusa nel 2004 a soli 28 anni. Da tennis coach si toglie tante soddisfazioni, allenando prima i connazionali Johansson e Soderling (che con lui vince un Master 1000) e poi Stan Wawrinka. Durante il sodalizio tra i due lo svizzero gioca il miglior tennis della sua carriera conquistando nel 2014 gli Australian Open, nel 2015 il Roland Garros e nel 2016 gli U.S. Open. Grazie alle ottime prestazioni di Wawrinka Norman si è aggiudicato nel 2016 il primo titolo di ATP Coach of the year.

Johansson e Wawrinka
Johansson e Wawrinka – Photo Credit: Fresh Focus

Michael Chang

Forse non aveva il talento di Edberg, Agassi, Lenld o Sampras, forse non avrà vinto i loro Slam, ma Michael Chang è comunque nella storia di questo sport. A partire dal fatto che è il giocatore più giovane ad aver vinto un Major (il Roland Garros nel 1989), a 17 anni e 95 giorni. Quello fu il primo e l’ultimo torneo del Grande Slam che riuscì a portarsi a casa, ma la bacheca di Chang è molto più che invidiabile. Per lui sono 34 i titoli in carriera (19esimo nella classifica all-time), tra cui 7 Master 1000 (3 ad Indian Wells), il sopracitato Roland Garros e la Davis nel ’90. Chang tuttavia non riuscì mai a raggiungere la vetta del ranking mondiale, fermandosi un gradino più sotto (traguardo raggiunto nel 1996). Nel 2003 si toglie le vesti di giocatore e nel 2014 indossa quelle di tennis coach, al fianco di un altro di origini asiatiche, Kei Nishikori. L’esperienza da allenatore, in realtà, era arrivata qualche anno prima con Amber Liu, tennista che poi diventerà sua moglie.

Nishikori e il tennis coach Michael Chang
Chang e Nishikori – Photo Credit: Paul Crock/AFP/Getty Images

Andre Agassi

Infinito è il numero di parole che si potrebbero usare per descrivere la carriera (e in generale la vita) di Andre Agassi. Basterebbe “uno dei più grandi e controversi tennisti della storia del gioco”, ma non sarebbe comunque soddisfacente. 20 anni di carriera fatta di sprofondi da cui sembrava impossibile risalire e picchi altissimi. Certamente mai banale. Per lui sono stati 60 i titoli conquistati in carriera: otto Slam, 17 Master 1000, una Finale ATP, a cui si aggiungono tre Coppe Davis e una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta del ’96. Solo lui nella storia è riuscito nell’impresa di aver raggiunto tutti questi traguardi insieme in carriera. In cima al ranking mondiale per 101 settimane, nel 2017 diventa allenatore di uno che è stato n°1 per 275 settimane, Novak Djokovic. Un matrimonio che non funziona e termina l’anno dopo. Adesso è all’angolo di Grigor Dimitrov.

Agassi e Dimitrov
Agassi e Dimitrov – Photo Credit: Corinne Dubreuil/FFT

Amélie Mauresmo

Nel mondo del tennis, coach donne non se ne vedono tante, soprattutto ad alti livelli. Anni fa sarebbe stato assurdo anche solo pensarlo, eppure Amélie Mauresmo è riuscita nell’impresa, e c’è pure riuscita bene. Dopotutto, come dice anche chi è attualmente allenato da lei, ovvero Lucas Pouille, non si tratta di essere uomini o donne ma di conoscere il gioco. Ecco, Amélie lo conosce, molto bene anche. Entrata nell’International Tennis Hall of Fame nel 2015, la Mauresmo ha avuto una grande carriera: per lei 25 titoli, tra cui le WTA Finals nel 2005, un Australian Open e un Wimbledon nel 2006. Ad arricchire il palmares una Fed Cup con la Francia nel 2003. Ha detto addio al tennis giocato nel 2009, ma non c’ha messo molto per tornare sui campetti, in qualità di coach questa volta. Prima Llodra, poi Azarenka, Bartoli (Wimbledon nel 2013), Murray (due Master 1000), e infine Lucas Pouille.

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Mauresmo e Pouille – Photo Credit: Corinne Dubreuil/FFT

Sergi Bruguera

Nell’Olimpo del tennis spagnolo insieme ai sopracitati Moya e Nadal, Bruguera per tutta la sua carriera ha sempre tenuto fede all’amore che lega i tennisti iberici alla terra rossa. Durante la sua quasi quindicennale carriera, ha conquistato 14 titoli, 13 dei quali sulla terra battuta (solo il titolo sul duro di Bordeaux nel ’93). E su 21 finali perse, 16 erano sul rosso. Ma su questa superficie non ha solo conquistato tornei minori, bensì anche ben due (consecutivi) Roland Garros. A dimostrazione della sua predilezione per questo campo rispetto agli altri sono le sole quattro apparizioni a Wimbledon. Una collezione povera per uno che è stato anche numero 3 del mondo nel ’94. Alle Olimpiadi del ’96 perde la finale contro il tizio senza capelli e con l’orecchino di cui abbiamo parlato prima e mette al collo la medaglia d’argento. Abbandonati i campi da tennis nel 2002, è da quasi 6 anni allenatore di Richard Gasquet.

Sergi Bruguera, tennis coach di Richard Gasquet
Sergi Bruguera, capitano della Spagna in Coppa Davis – Photo Credit: RFET

Cedric Pioline

In carriera ha vinto solo 5 titoli, non ha mai vinto un torneo del Grande Slam, il suo massimo in carriera nel ranking è un quinto posto. Eppure Cedric Pioline è uno dei tennisti francesi più amati nel suo paese. Espressione di un tennis elegante, caratterizzato da uno splendido rovescio a una mano, Pioline ha avuto risultati tutt’altro che deprecabili. Finalista a Flushing Meadows nel ’93 e a Wimbledon nel ’96, è sempre stato battuto sul più bello da una personale bestia nera, Pete Sampras. Contro lo statunitense ha perso 9 incontri su 9, tra cui le due finali ai Major e altre due finali (consecutive peraltro) a Lione. Nella sua carriera sono anche arrivate però anche tante gioie, tra cui le due Coppe Davis nel ’96 e nel 2001. Ritiratosi l’anno dopo, attualmente è l’allenatore di Jeremy Chardy.

Cedric Pioline, tennis coach di Jeremy Chardy
Cedric Pioline oggi – Photo Credit: AFP

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