“The imitation game” è quel processo che renderebbe una macchina in grado di riprodurre le dinamiche della mente umana. Ed è stato il modus vivendi dell’eccezionale individuo che ne ha gettato le basi teoriche e pratiche, costretto a sua volta a dissimulare la propria natura per sopravvivere in un mondo bigotto e uniformante. E’ la storia tragica e ai limiti del cristologico di Alan Turing.

La vita – tormentatissima – e i miracoli di Alan Turing, genio matematico che a capo di un team di linguisti, criptoanalisti e matematici venne a capo di quello che veniva, a ragione, considerato il più irrisolvibile mistero del mondo contemporaneo: il codice Enigma, indecifrabile e brillante sistema di cifratura dei dati grazie al quale nel triennio ’39-’41 i nazisti fecero il bello e il cattivo tempo con le loro offensive in tutta Europa.

The imitation game“: nemo propheta in patria

Eletto membro della Royal Society di Londra nel 1951 per gli incalcolabili meriti ottenuti nella Seconda Guerra Mondiale, Alan Turing si suicidò nel 1954 all’età di quarantatrè anni, due anni dopo essere stato condannato per omosessualità e costretto alla castrazione chimica.

L’imitazione, si diceva: scatole cinesi, maschere, infiniti livelli di lettura e di attinenza alla realtà. E’ su questo ciclico gioco di specchi che il regista Morten Tyldum (“Passengers”) e lo sceneggiatore Graham Moore (la serie tv “10 cose che odio di te”) decidono di declinare sul grande schermo la biografia di Alan Turing “Alan Turing – Storia di un enigma” scritta da Andrew Hodges. Uomini che si nascondono, riuniti in una collaborazione iper-segreta e ufficialmente mai esistita per tradurre un codice indecifrabile da cui dipende il destino di una guerra mondiale.

fonte Raiplay.it

Segreti e dissimulazioni. Al centro di tutto un singolo uomo, tanto eccezionale da riuscire a vincere la sfida quanto troppo eccezionale per potersi integrare in una società che alla fine lo espellerà da sé come un corpo estraneo. Troppa carne al fuoco per non affidarne le sorti a un pezzo grandissimo del cinema mondiale: e Benedict Cumberbatch (“Sherlock, “Il quinto potere”), maestro nella sottile e multiforme arte del prisma interpretativo è il nome su cui la produzione ha scommesso per cucire e far convivere in un unico protagonista i multiforme panni di genio autistico, paria sociale, uomo troppo in anticipo sulla propria epoca e pedina fondamentale nella sconfitta del nazismo.

Modellata con l’accortezza nei tempi e nei modi che in più momenti rimandano a quelli del thriller, con una costruzione narrativa non consequenziale e il sapiente ricorso al flashback, la pellicola riesce nel delicatissimo compito di costruire, mantenere e portare alla conclusione sia la narrazione e tensione storica che quella personale e peculiare del protagonista senza perdere un singolo colpo.

“The imitation game”: lezioni di storia

A corollario del grandissimo lavoro di Cumberbatch, un cast di prim’ordine che vede Keira Nightley (“Orgoglio e pregiudizio”), Matthew Goode (“Watchmen”), Rory Kinnear (“Penny Dreadful”) e Charles Dance (“Il trono di spade”). Il risultato sono due ore di ambizioso e curato biopic vecchia scuola, denso e tirato, capace di raccogliere su di se tutto ciò che ogni biopic degno di tale nome dovrebbe sapere fare: lo spirito del tempo.

Andrea Avvenengo

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