Nel 2008 Bryan Bertino è ancora un giovane signor nessuno nel panorama cinematografico horror. Sceneggiatore nel tempo libero, scrive lo script di quello che diventerà “The Strangers”. Si chiama “The Faces” ed è la sua terza sceneggiatura in assoluto.
Di ritorno in una casa isolata dopo un party, Kristen e James stanno passando un momento decisamente difficile. La ragazza ha appena rifiutato la proposta di matrimonio di James, e i due condividono gli stessi spazi tra dolore ed imbarazzo.
“The Strangers”: invasioni d’altri tempi
A spezzare la tensione tra i due, qualcuno bussa alla porta: è una ragazza bionda, il volto nascosto dall’oscurità, che cerca una certa Tamara. Allonatana, li saluta con un inquietante “see you later”. E tornerà. In compagnia. Dando il via ad un terribile mind game che non potrà che risolversi nel peggiore dei modi. Il regista scelto per la direzione, il Mark Romanek di “One Hour Photo“, chiede una cifra esorbitante, e l’accordo salta. A quel punto, assolutamente privo di alcuna esperienza registica, si fa avanti lo stesso Bertino e si propone come regista.
“Perché no?” devono aver pensato alla Rogue, considerate le minori pretese economiche del nostro davanti alla possibilità di lavorare sulla sua stessa sceneggiatura. E in una stagione per l’horror in cui imperversa la torture-porn mania, dove tutto va esposto, esacerbato ed estremizzato innanzitutto da un punto di vista visuale, prende esattamente la strada opposta. Parte da uno script ispirato all’archetipo della home invasion, ma della cagnara su cui si sviluppa l’invasione domestica non sa che farsene. Porta invece sullo schermo una pellicola che per quasi l’intera durata del suo svolgimento è costruita intorno ad una tensione da casa degli orrori.
Il il male c’è, è appurato, ma non si ha la più pallida idea dell’angolo buio in cui si stia annidando. Non c’è nemmeno tutta questa necessità di vederlo al lavoro. La sua ritualità di caccia basta e avanza a gelare in sangue. Un lavoro di costruzione della tensione che si fa ancora più credibile proprio per la natura assolutamente generica dell’episodio narrato, con un cast ridotto all’osso: due vittime, una casa e tre minacce il più impersonali possibili, corpi qualsiasi coperti da maschere qualsiasi, acquistabili praticamente ovunque. Una violenza spietata e irragionevole. Di nuovo, universale. “Ispirato a fatti veramente accaduti” si dice in avvio. E chissà quante volte.
Buona la prima
Un film di nervi piuttosto che di sangue, debitore di un certo thriller made in ’70 a cui non interessano climax di violenza o brutalità grafica quando basta suggerirli. Un lunghissimo gioco del gatto col topo, una canzone folk su vinile in allucinante loop, il calore del focolare domestico assediato dal caos che la circonda. Grandissima parte del merito dell’efficacia del tutto è affidata alla Kristen di Liv Tyler, personaggio ben costruito e molto ben interpretato nel suo fragile, sempre più tremebondo sguardo obbligato nell’abisso. Non c’è via d’uscita: i timidi tentativi di reazione di James non fanno che alzare ulteriormente il livello del caos. L’inevitabile è così scontato che non c’è nemmeno bisogno di mostrarlo. E’ superfluo. E rappresenta quasi un liberazione dall’ angoscioso mind game in ballo da più di un’ora. La pellicola ha avuto ben tre sequels, progressivamente sempre più vicini ai gusti più in voga del pubblico e sempre meno personali.
Andrea Avvenengo
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