BRAVE

“The Vvitch”, il femminismo delle streghe

Un “horror elevato”. Ecco una giusta definizione per “The Vvitch”. Un’opera cinematografica che sembra pittorica, che affida la riuscita ai toni cupi, alle musiche dissonanti e all’essere in bilico costante tra fiaba e realtà. Non è un caso se il sottotitolo è “A New-England Folktale”, tradotto in italiano come “Vuoi ascoltare una storia?”. Una storia oscura, vecchia come la pietra e macabra. Aggiungiamo noi di BRAVE, in un certo senso, anche femminista. Quello che ci mostra la protagonista è infatti un vero e proprio arco di trasformazione e di autocoscienza. Un film perfetto per Halloween, che coniuga il valore della autodeterminazione ai brividi lungo la schiena.

ATTENZIONE: contiene spoiler su “The Vvitch”.

“The Vvitch”: la trama

Siamo nel 1630, in New England. William è un predicatore che, per il suo estremismo nell’interpretazione delle Sacre Scritture, viene cacciato dalla colonia in cui si trovava insieme a sua moglie Katherine e ai suoi figli: la maggiore Thomasin, Caleb, i due gemelli Mercy e Jonas e il piccolo Samuel. Nel tentativo di rifarsi una vita, la famiglia viene a contatto con il Male, declinato nelle forme delle leggende e del folklore dell’epoca. Alla misteriosa scomparsa di Samuel, mentre era affidato alle cure di Thomasin, segue tutta una serie di vicende che, tra scomparse improvvise e possessioni sinistre, porteranno quasi tutti i personaggi a peccare. E dunque a condannarsi.

Partiamo da un William simbolo per eccellenza del bene e della fede sopra ogni cosa ma che pure vediamo peccare sin dal primo momento del film. Con l’abbandono della comunità puritana, infatti, la famiglia si espone ai pericoli di una vita solitaria e non protetta dalla fede. Da una delle scene apprendiamo che come Samuel fosse figlio di una relazione extraconiugale di Katherine. Caleb desidera sua sorella maggiore e apre uno spiraglio al piano della strega del bosco, che lo attira a sé seducendolo. Mercy e Jonas, invece, non hanno commesso peccati, ma dialogano per tutto il film con Black Philip, il caprone nero in forma del quale il diavolo si è insinuato nella famiglia, facendovi sostanzialmente da tramite. L’unica persona dipinta come libera da peccati è Thomasin, che, unica sopravvissuta alla fine della vicenda, è anche al centro della nostra analisi.

L’arco narrativo di Thomasin

In “The Vvitch” non esistono personaggi totalmente bianchi o totalmente neri. Come per la tavolozza di colori usata, con scene girate sfruttando la luce naturale, il grigio appartiene anche a molti personaggi. Ed è il margine lungo il quale camminano le ombre che tra di essi si insidiano. Voce fuori dal coro è quella di Thomasin, adolescente casta e rispettosa, che si mostra del tutto pia. Fin quando non inizia a essere accusata di stregoneria, individuata come la colpevole della sparizione di Sam, della possessione di Caleb e dei molti avvenimenti inquietanti che turbano la serenità e mettono alla prova la regolare adesione alla fede della famiglia. Alla prima delle accuse, quella di aver fatto scomparire Sam, il rapporto di Thomasin con il mondo si incrina.

Che il mondo sia la sua appartenenza religiosa, che resta cieca e sorda dinanzi alle sue richieste di aiuto, fino a essere definitivamente sconfitta con la morte di William, incornato da Black Philip. O che il mondo siano i membri della famiglia. Thomasin sta crescendo, viene fatto notare più volte. E viene notato più volte. Da una parte ci sono i genitori, che pensano di allontanarla per avere una bocca in meno da sfamare con il già poco cibo. Dall’altra c’è Caleb, che nutre nei suoi confronti un’attrazione sessuale ambigua. E questo la rende pericolosa, proprio nei termini di quella sessualità che in lei sta per sbocciare e di cui le streghe stesse sono spesso state accusate. In ultimo i genitori prima e i fratelli su suggerimento di Black Philip poi iniziano ad incolparla. Perché lei, specie se l’altra, la peccatrice, ha sempre fatto paura.

Thomasin prende coscienza di questo duplice tradimento, che le pesa sulle spalle al punto che, morti tutti i membri della sua famiglia, sceglie di liberarsene.

In che senso Thomasin è una eroina femminista?

Nel momento in cui Thomasin viene incolpata la prima volta, le motivazioni sono molteplici. E si reiterano con il progredire delle accuse. C’è la sostanziale gelosia della madre Katherine, ma non solo. Dietro il binomio figlia maggiore- strega c’è un ordine patriarcale sempre più debole, che finisce per rompersi con la decisione finale della ragazza di rispondere alla disgregazione delle proprie certezze andando di sua spontanea volontà a fronteggiare Black Philip, firmando il suo libro. E ancora di recarsi al Sabba e di celebrarlo secondo gli stessi codici delle altre streghe. Ma andiamo con calma.

Caleb, fratello da proteggere e immagine del maschile che teme e al contempo è attratto dal potere femminile, è morto dopo essere stato prigioniero della strega. William, simbolo del bene ed effettivo capofamiglia, depone l’accetta e sceglie di combattere contro Black Philip a mani nude. Jonas, come Mercy, è soggiogato dal diavolo per tutta la pellicola. Tutti i possibili rappresentanti del sistema patriarcale sono stati sconfitti da un altro Male, più crudele. Cresciuta con l’obbligo di essere sottomessa all’uomo, nella religione e nel quotidiano, la Thomasin del finale di “The Vvitch” non ha più nulla in cui credere. Se non in sé stessa.

Il finale: cos’è davvero il male?

Così sceglie di abbandonarsi ai desideri di farne una sua strega di Black Philip, che, a sua volta, sfrutta quelli di lei per convincerla a firmare il proprio libro. Le scene finali ne sono la conferma. Vediamo la protagonista seguire il diavolo, che abbandona la forma animale solo durante il colloquio con la ragazza, nel bosco che ha a lungo terrorizzato lei e la sua famiglia e avvicinarsi a un gruppo di streghe impegnate in un Sabba. Anche lei adotta il codice della nudità, come punto apicale del progressivo svestirsi che possiamo osservare nel corso della visione. E, quando inizia a levitare come le sue compagne, non riesce a trattenere una risata.

Ci troviamo di fronte a un controsenso. Il Male cui si avvicina ha provocato la morte della sua intera famiglia. Rappresenta tutto ciò che le è stato insegnato a temere. Allora perché ridere? Perché, per la prima volta, Thomasin ha deciso chi essere liberamente. Una strega. E non possiamo fare a meno di chiederci appena finisce il film: cos’è dunque il male? Quello che decidiamo di temere o quello che ci viene insegnato a temere?

Sara Rossi

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