Benvenuti nell’universo cinematografico di Movie Award. Faremo un viaggio a Venezia per parlare di un film che ha vinto il Leone d’oro non senza controversie . Parleremo di piccioni, di trilogie e di cinema svedese. Abbiamo dedicato la puntata di oggi a “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson
“ Il mio stile consiste nel ripulire e concentrare sia l’immagine che i dialoghi. Il nucleo centrale del mio lavoro è il concetto di ‘stanza’, spazio personale nell’accezione svedese. Voglio recuperare la concezione di spazio e di ambiente, propri della pittura e della fotografia, al cinema”.
Queste le parole di Roy Andersson in un un intervista su “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. In questo film infatti il regista svedese ci propone 39 piani sequenza completamente fissi caratterizzati da pulite inquadrature frontali con un’incredibile profondità di campo. Il tutto animato da un gran lavoro di fotografia che sottolinea le atmosfere cupe e al tempo stesso bizzarre del film. Eccezionale per questo è l‘impiego di una gamma di colori di tonalità spente che vanno dall’ocra al verdognolo con qualche piccolo accenno di colore.
“Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, la filosofia della vita e della morte
Capitolo conclusivo della triologia dell’essere umano di Andersson “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” è una perfetta commedia sulla deriva esistenziale dell’umanità. Proponendo una serie di bozzetti sulla morte Andersson offre una riflessione filosofica sulla vita e sulla morte basata su pessimismo che non sfocia mai nel cinismo totale. Nella strampalata storia di due improbabili venditori che fa da trait d’union di diverse trame surreali e sarcastiche non mancano momenti di solidarietà e di pietà. Il tutto in un racconto dove tutto confluisce in una una risata amara.
Una vittoria incredibile
Quando l’allora presidente di giuria Alexandre Desplat annunciò la vittoria di Roy Andersson la critica si divise. Da un lato c’è chi elogiava questo piccolo film per il suo umorismo nero tipicamente nordico. Da un lato c’era chi invece riteneva questa pellicola lenta, senza sorriso e forza e antintrattenitiva. Bisogna dire che quell’anno c’è erano in concorso in laguna anche il cult di Aleandro González Iñárritu “Birdman” e Il bellissimo film di Mario Martone “Un giovane favoloso”. Entrambe le pellicole ebbero sorprendentemente premi meno significativi a vantaggio di un incredibile sorpresa svedese come il filmd di Andersson.
Stefano Delle Cave
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