La legge di amnistia approvata all’unanimità dall’Assemblea nazionale del Venezuela non sembra mitigare concretamente la situazione concernente i prigionieri politici. Per questa ragione circa 200 detenuti hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame, una forma di protesta che mira a chiedere una nuova amnistia. Quella approvata recentemente, infatti, appare restrittiva. Solo pochi partecipanti ad alcune proteste organizzate contro il governo tra il 1999 a oggi possono goderne. L’iniziativa dei detenuti nel carcere El Rodeo è volta ad ampliarla, agendo così sugli articoli che li escludono.

In Venezuela i detenuti politici sono più di 600

“Bisogna saper chiedere perdono e bisogna anche saper ricevere il perdono”. Queste le parole espresse dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, la stessa che ha promulgato la legge pochi minuti dopo la sua approvazione all’unanimità in parlamento. Pertanto, la scelta di voler liberare i prigionieri politici appare come un primo passo avanti verso un governo meno repressivo e autoritario. Tuttavia, la preoccupazione è che la parvenza di libertà sia trainata dalla scarcerazione di detenuti meno “pericolosi” per il governo. Anche gli attivisti per i diritti umani osservano l’iniziativa governativa con cautela, sostenendo che la liberazione dei prigionieri debba essere supervisionata da una commissione indipendente. Ad oggi, secondo l’ONG Foro Penal sono stati liberati circa 450 prigionieri, ma più di 600 sono ancora prigionieri.

La rabbia dei prigionieri di El Rodeo, nella periferia di Caracas, nasce proprio dai criteri di esclusione che la legge di amnistia include. Come accennato poco prima, l’amnistia si applica specificatamente a chi ha partecipato a manifestazioni in piazza tra il 1999 e il 2025. Esclude, però, chi è accusato di “gravi violazioni dei diritti umani, crimini contro l’umanità, omicidi, traffico di droga e reati di corruzione”. A questi si sommano coloro che hanno “promosso, finanziato o partecipato ad azioni armate contro lo stato venezuelano”. Gli oltre 600 prigionieri ancora dietro le sbarre sono proprio coloro che sono stati incarcerati con queste accuse. Le ONG sostengono inoltre che l’ultima disposizione potrebbe riguardare molti oppositori, tra cui María Corina Machado (premio Nobel per la pace).

Stefania Cirillo