L’UE viene messa alla prova, tra Gaza e Russia, diritti umani, sanzioni e ambiguità.

Nel vertice del 27 giugno a Bruxelles, i 27 capi di Stato e di governo dell’Unione europea si sono seduti a porte chiuse per affrontare un’agenda pesantissima: dalla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza alla guerra in Ucraina, passando per le tensioni tra Israele e Iran, la fragilità dell’alleanza transatlantica sotto la nuova presidenza Trump, e le classiche spine interne come competitività, migrazione e Green Deal. Un incontro geopolitico più che mai, che mostra chiaramente quanto l’Ue faccia ancora fatica a parlare con una voce sola.

L’Europa “prende atto” dei 55mila morti a Gaza, ma che razza di risposta è?

La notizia più significativa arriva dalla revisione dell’accordo di associazione Ue-Israele, presentata dal Servizio europeo per l’azione esterna. Il documento, pur tra mille cautele diplomatiche, è netto: ci sono “indicazioni” che Israele abbia violato l’articolo 2, quello sui diritti umani. Le accuse sono gravi e circostanziate: attacchi agli ospedali, blocco degli aiuti, arresti di massa, detenzioni arbitrarie, violenze da parte dei coloni. Eppure, nella dichiarazione finale del vertice, l’Ue si limita a “prendere atto” e rimanda tutto a una discussione tra ministri degli Esteri prevista per metà luglio. Nel frattempo, si contano oltre 55mila vittime a Gaza.

Dietro questa esitazione c’è la solita spaccatura tra gli Stati membri: da una parte chi vorrebbe una risposta concreta e immediata, come Belgio, Irlanda, Spagna e altri; dall’altra chi preferisce non toccare l’accordo con Israele, per calcoli strategici o per timore di ritorsioni diplomatiche. Il risultato è la paralisi, ancora una volta

Il vertice UE non fallisce solo Gaza: in Ucraina stallo politico e ricatti energetici

Il presidente ucraino Zelensky ha partecipato in videocollegamento, rilanciando l’appello per più armi e più fondi, e chiedendo di nuovo che l’Ucraina venga finalmente accolta nell’Unione. Ma il veto ungherese resta, rafforzato da una consultazione popolare voluta da Orbán e accompagnata da una campagna anti-Bruxelles. Orbán e il suo alleato slovacco Fico continuano a legare la questione ucraina a quella energetica: vogliono rallentare (o fermare) l’eliminazione dei combustibili fossili russi entro il 2027, minacciando di bloccare anche il prossimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.

I due leader, che dipendono ancora fortemente dall’energia russa, chiedono “garanzie” che a Bruxelles si leggono come richieste di soldi o esenzioni. E il vertice si è chiuso senza una decisione definitiva: il pacchetto di sanzioni potrebbe arrivare venerdì, ma è già stato svuotato del tetto al prezzo del petrolio russo, ormai accantonato dopo lo stop degli Usa e le turbolenze del mercato.

Una crisi profonda, politica e identitaria

L’annunciato cessate il fuoco tra Israele e Iran, promosso da Trump due giorni prima del vertice, ha momentaneamente raffreddato un possibile focolaio in Medio Oriente, permettendo ai leader europei di concentrarsi su Gaza. Ma il ruolo degli Usa nella regione e in Europa rimane ambiguo. Il ritorno di Trump costringe l’Ue a interrogarsi sul proprio peso: senza una difesa comune, con divergenze interne su ogni dossier sensibile e con un’estrema destra sempre più influente, il progetto europeo sembra più fragile che mai. In gioco non c’è solo la coesione dell’Ue, ma la sua stessa credibilità. Perché quando si “prende atto” di 55mila morti, si rischia di diventare irrilevanti.

Maria Paola Pizzonia