«Mentre sia debitori che delinquenti possono camminare liberamente senza essere vigilati, dei libri inoffensivi non possono essere stampati senza un bollo-secondino ben visibile sotto il loro titolo.» In un’Inghilterra in cui ogni pubblicazione doveva essere sottoposta a una licenza da parte del governo, John Milton protestava scrivendo le parole che, nel lontano 1644, sarebbero state la genesi e il simbolo della libertà di stampa.

Una storia travagliata

Il processo di John Peter Zenger

Quando Johann Gutenberg, nel 1455, progettò un torchio tipografico che sarebbe poi diventato il padre della stampa a caratteri mobili, non era ancora sorto il concetto della scrittura giornalistica come mezzo di espressione. Fu l’Inghilterra illuminista a porre il primo punto di domanda sul sottile confine tra divulgazione e opinione: poteva sussistere una convivenza tra la propaganda governativa e la libertà di parola? Per le istituzioni no. Ogni scritto, prima di poter essere rilasciato al pubblico, doveva passare sotto l’occhio severo del governo e ricevere la sua approvazione.

Ma tre John, seppur con risultati che all’epoca ebbero poca risonanza, piantarono il seme che avrebbe portato all’idea della libertà di stampa: John Milton, John Wilkes e John Stuart Mill. Quest’ultimo dichiarava, nel suo “Saggio sulla libertà“: «Se tutti gli uomini tranne uno, fossero di un parere, e quello, solo una persona fosse del parere opposto, tutti gli altri uomini non sarebbero giustificati a ridurre al silenzio quell’unico uomo, quanto lui, se ne avesse il potere, non sarebbe giustificato a ridurre al silenzio tutti gli altri»

Il primo passo concreto verso la libertà di stampa, tuttavia, si mosse negli Stati Uniti del diciottesimo secolo. Un quarto John entra in scena: si tratta di John Peter Zenger, giornalista denunciato dal governatore di New York affinché rivelasse il nome della persona che scriveva pezzi satirici su di lui. L’avvocato difensore di Zenger, tuttavia, convinse i dodici giurati dichiarando che pubblicare la verità non corrisponde a un atto d’insurrezione. La libertà di stampa, finalmente, viene riconosciuta come un diritto incontrastabile.

Il pensiero univoco dei regimi

La libertà di stampa non raggiunse l’armonia nel ‘700: si trattava ancora di un diritto fragile, facilmente manovrabile. Il regime comunista fu tra i primi a sottometterlo ancora una volta. Nel 1917, un decreto affermò che le pubblicazioni sarebbero spettate unicamente all’Accademia delle Scienze, un’organizzazione conformata al nuovo ordinamento russo. Col passare degli anni, le riforme in prevenzione di qualunque tipo di protesta diventarono sempre più rigide: per finire nella “lista nera” bastava inserire una citazione di un nemico del popolo.

L’Italia fascista subì un duro colpo nel 1925 con l’emanazione di una legge che dichiarava illegali tutte le testate giornalistiche non in linea con il regime. La Germania nazista rinchiudeva nei campi di concentramento qualunque giornalista contestasse Hitler, spesso coinvolgendo anche le rispettive famiglie. Il dittatore usufruì proprio della stampa e della propaganda come mezzo per divulgare le sue immorali ideologie: falsificò accuratamente la storia tedesca, diffuse il mito della razza ariana e impedì che il popolo scoprisse le vere pratiche dei campi di concentramento, ostacolandone la pubblicazione.

La libertà di stampa oggi

La Giornata mondiale per la libertà di stampa si colloca il 3 maggio del 1993, data scelta da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un diritto riconosciuto anche dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, e si estende a tutti i canali di informazione: radio, giornali, televisioni e web. Tuttavia, la libertà di stampa stenta ancora ad affermarsi globalmente.

Reporter senza Frontiere, nel 2023, ha pubblicato l’indice mondiale della libertà di stampa. A preoccupare sono i dati del Medio Oriente: in Iran i giornalisti sono continuamente perseguitati e arrestati; in Arabia Saudita sono addirittura esiliati. La Siria occupa il primo posto per il numero di giornalisti tenuti come ostaggio, seguita da Yemen e Iraq. In Europa, la Russia censura ancora la propaganda ostile al governo di Putin, mentre in Asia la Corea del Nord, la Cina, il Vietnam e il Myanmar sono silenziate dalle proprie dittature. Ad oggi, la Cina è la nazione che arresta più giornalisti al mondo.

L’Italia si colloca al 41esimo posto: un miglioramento rispetto all’anno precedente, in cui ricopriva il 58esimo, ma comunque una cifra che ci allarma su come un paese civilizzato non abbia ancora raggiunto la completa libertà, e i giornalisti continuano ad essere minacciati dalla criminalità organizzata. Attendiamo tuttavia la pubblicazione dell’indice 2024, augurandoci, forse con uno sterile frammento di speranza, un ulteriore avanzamento dell’Italia.

Mariadonata Di Lorenzo

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