Texano, volitivo, talentuoso. Sulla carta, Richard Linklater è il candidato perfetto per incarnare il cosiddetto “American Dream”. Eppure, il regista, da oggi nelle sale italiane con la commedia noir Hit Man, che vede protagonista Glen Powell, coproduttore del lungometraggio, si discosta dallo stereotipo del “self-made man” a stelle e strisce. Certo, la sua vita sembra ricordare, in parte, una delle pellicole da lui dirette. Nato a Houston il 30 luglio 1960, dopo il liceo si iscrive alla Sam Houston State University, che però abbandona, andando poi a lavorare su di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. Qui, nelle lunghe ore di solitudine, s’immerge nella lettura. Nei periodi sulla terraferma, invece, frequenta ossessivamente i cinema del posto. Il suo approccio alla Settima Arte è da autodidatta, ma ben presto capisce quale sia la sua strada. Lascia il lavoro, si stabilisce ad Austin, dove in seguito fonderà la Austin Film Society, e, con i risparmi racimolati, compra una cinepresa. Nel 1991, esordisce sul grande schermo con Slacker, attirando l’attenzione di critica e pubblico.
Il successo ottenuto lo rende un regista di culto del panorama cinematografico indipendente. Nei lavori successivi, Linklater sperimenta, incuriosito in particolare dalle connessioni umane e dal passaggio del tempo, elementi tipici e ricorrenti nella sua filmografia. In attesa di Hit Man, e con il pensiero già rivolto a Novelle Vague, in uscita nel 2025, ripercorriamone insieme la carriera, attraverso cinque titoli imperdibili.
Slacker (1991)- l’ode alla Gen X di Richard Linklater

Schiacciata tra i boomers e i millenials, la generazione X passa spesso in sordina, rispetto alle altre due, ben più rumorose e incisive. Eppure, sin da subito Slacker è diventato un vero e proprio manifesto della “gioventù bruciata” a cavallo tra gli scintillanti anni Ottanta e i ben più realisti Novanta. Il film è ambientato nel sottobosco cittadino di Austin, in cui i personaggi principali e un centinaio di comprimari si muovono come animali in gabbia, senza meta e senza fine. Gli slackers, letteralmente “fannulloni, scansafatiche” sono schiacciati dalle speranze disattese, figuranti in bilico tra considerazioni profonde e una realtà mortificante che li opprime.
Il film è un esperimento narrativo; la machina da presa li segue per ventiquattr’ore, non una di meno, non una di più. Un focus a tempo determinato su un breve, ma significativo spaccato di vita, fatto di rapporti delicati, teorie complottiste e discorsi universali. Un debutto che si fa sentire, poco ma sicuro.
Dazed and Confused (1993)- La vita è un sogno, ma non al liceo
Ispirato, con buone probabilità, dall’omonima canzone di Jake Holmes, Dazed and Confused ha segnato l’esordio di diversi attori in seguito divenuti volti celebri di Hollywood. Milla Jovovich, Matthew McConaughey, Ben Affleck e Renée Zellweger, per citarne alcuni. La pellicola racconta l’ultimo giorno di scuola delle due matricole Mitch Kramer e Sabrina Davis, entrambi perseguitati dai bulli. I due vengono tormentati in ogni modo, prima di ottenere la protezione di Randall “Pink” Floyd e Jodi, sorella di Mitch, studenti più anziani. La vicenda si sviluppa in una notte, in cui s’intrecciano amori e avventure.
Dazed and Confused vanta una colonna sonora di tutto rispetto, che spazia da Bob Dylan ad Alice Cooper, dagli Aerosmith ai Deep Purple. Linklater aveva provato a chiedere ai restanti Led Zeppelin il permesso di utilizzare il pezzo Rock and Roll, ottendo il via libera da Jimmy Page e John Paul Jones. Robert Plant, però, rifiutò.
Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004), Before Midnight (2013)- Un amore in tre atti
Vagamente basata su un incontro che il regista ebbe con una donna in un negozio di giocattoli di Filadelfia nel 1989, la trilogia con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy è da molti considerato il suo capolavoro. La “musa” di Richard Linklater si chiamava Amy Lehrhaupt e i due, proprio come Jesse e Céline, si conobbero per caso e vagarono tutta la notte per la città, parlando. Al termine dell’esperienza, Richard ebbe l’idea di sviluppare un film che ripercorresse quell’amore fugace, dedicandolo ad Amy e sperando che lei andasse a una proiezione, riconoscendosi nel personaggio della Delpy, per avere un’altra occasione. Sfortunatamente, la donna era morta in un incidente motociclistico nel 1994, qualche mese prima dell’inizio delle riprese, cosa che Linklater scoprì solo nel 2010.
I tre capitoli che formano la delicata love story si svolgono a Parigi, Vienna e la Grecia, sfondo e parte integrante del dialogo tra le due anime vagabonde e tribolate dei protagonisti. In questo caso, al contrario delle pellicole precedenti, non ci si concentra su un periodo ristretto, ma anzi, i giorni, i mesi, gli anni si trascinano, ripetono, scorrono. Un nuovo modo da parte del regista di giocare con il suo più fedele amico, il tempo.
School of Rock(2003)- Tra algebra e Ramones
Cambio di rotta totale rispetto al passato per Linklater, che dirige questa frizzante commedia musicale sceneggiata da Mike White. La pellicola vede un Jack Black in grandissimo spolvero, nei panni dello squattrinato Dewey Finn. Cacciato dalla sua band e sommerso dai debiti, si finge un insegnante sbarcare il lunario, salvo scoprire che i suoi studenti nascondono un’anima rock niente male. Tra Led Zeppelin ed equivoci, la performance di Black e dei piccoli attori esordienti (tra cui spicca una giovanissima Miranda Cosgrove) ha reso School of Rock un successo al botteghino, dal quale è stata tratta una serie.
Certo, è un prodotto per il grande pubblico che si allontana dallo spirito indie di Linklater, ma che rimane un’ ottima comedy, divertente e originale. E chissà, magari è stato d’ispirazione per qualche rockstar in erba.
Boyhood (2014)- Il ritorno del Tempo
Forse il progetto più visionario e ambizioso del cineasta, Boyhood è unico nel suo genere. Le riprese di questo dramma sono durate dodici anni, dal 2002 al 2014, per raccontare nel modo più realistico possibile la cresicita di Mason (Ellar Coltrane) e il suo difficile rapporto con i genitori (Ethan Hawke e Patricia Arquette). Il film ha concorso alla 64ª edizione del Festival di Berlino, vincendo l’Orso d’argento per il miglior regista. Il successo è continuato ai Golden Globes, dove ha trionfato nelle categorie miglior film drammatico, miglior regista e miglior attrice non protagonista. Patricia Arquette, inoltre, si è anche aggiudicata l’Oscar.
Il tempo, in Boyhood, torna protagonista, dettando legge nella realizzazione, “trascinata” per oltre un decennio. Linklater ha spiegato così il processo produttivo: «L’idea iniziale era di fare un film sulle imposizioni della fanciullezza, dall’essere tenuto così a lungo all’interno del sistema scolastico al dover vivere in casa con i genitori, tutte cose che non fanno assaporare in pieno l’avventura di essere bambini prima e adolescenti poi. Il progetto era questo, da sviluppare nella maniera più ampia possibile. Mi sono lasciato prendere un po’ la mano, sono sempre stato affascinato dagli studi a lungo termine.».
Federica Checchia
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