La storia di ingiustizia di Michele Padovano diventa un docufilm. L’attaccante che aveva conquistato una Champions League con la Juventus ha atteso 17 anni tra carcere e tribunali

Cresciuto alla periferia di Torino, bomber sui campi di calcio di ogni categoria fino alla vittoria della Coppa Campioni nel 1996 con la Juventus, segnando uno dei calci di rigore della finale. Una squadra piena di leader e campioni in cui Padovano è il quarto attaccante insieme al capitano Gianluca Vialli, con il quale condivide fin dall’inizio un rapporto speciale, a Fabrizio Ravanelli e a un giovane Alessandro Del Piero. Arrestato con l’accusa di finanziare un traffico internazionale di stupefacenti. Fatale, per gli inquirenti, il prestito di 35.000 euro a un amico d’infanzia, Luca Mosole, considerato a capo dell’associazione a delinquere, alla quale Michele però non appartiene in nessun modo. Quel prestito deve solo servire ad acquistare un cavallo. La vita di Michele Padovano diventa così la lunga sequenza di un incubo, 10 giorni in isolamento e poi in carcere per più di 3 mesi. «Il primo colloquio l’ho fatto dopo 15 giorni che ero detenuto. Quando ho visto mio figlio, ho scavalcato, l’ho abbracciato».

17 anni di processi, gli arresti domiciliari, le condanne nei primi due gradi di giudizio, la scelta di cambiare gli avvocati, il ricorso in Cassazione, migliaia di carte fino all’assoluzione definitiva presso la Corte d’Appello di Torino il 31 gennaio 2023. «La domenica in carcere avevamo un rito: la partitella. Giocare a calcio in quelle due ore era come essere liberi. Quando in primo grado ho sentito 8 anni e 8 mesi sono saltato, mi sono messo a urlare, mi è sembrata una cosa ingiusta. Anche per un giorno di condanna non sarei stato contento. Mi ricordo che l’avvocato Galasso, quando si doveva andare in Cassazione, mi disse: sarà un processo duro, ma lo sai che sarai assolto, sì? Mi disse questo, l’ho guardato, ho sgranato gli occhi. Quando i miei avvocati mi hanno chiamato e mi hanno detto: “Michele, sei stato assolto” è stato il momento più bello della mia vita. In quel momento ho pianto, con mia moglie e mio figlio ci siamo abbracciati e da quel giorno abbiamo ricominciato a vivere. Essere strappato alla vita di tutti i giorni, una sera all’improvviso, ha comportato una sofferenza atroce a lui, alla moglie Adriana e al figlio Denis, che non riesce a trattenere le lacrime nemmeno ora che tutto è finito, perché la sua vita di ragazzo allora 13enne è stata segnata per sempre, “gli è stato portato via il papà” e fidarsi degli altri è diventato maledettamente difficile».

Del suo vecchio mondo «c’è chi mi è stato vicino come Presicci, che era con me a Cosenza all’inizio della carriera: la nostra amicizia è estesa alle famiglie, io sono padrino di suo figlio e lui del mio. E Vialli, al quale ero legatissimo: non c’è giorno in cui non pensi a lui. Pochissimi altri, la maggior parte spariti: per tirare avanti ho dovuto vendermi tutto, avevo un diverso tenore di vita, ma oggi ho un’altra ricchezza. Ho imparato le cose vere della vita». La finale Italia-Francia l’ha vista «con il mio compagno di cella. Conoscevo molti dei protagonisti e ho tifato senza un filo d’invidia. Mi avrebbe fatto bene un messaggio di vicinanza. Pazienza…».

La carriera di Michele Padovano

Aveva iniziato la carriera da direttore sportivo: «In questi lunghi anni ho chiesto lavoro a tutti e nessuno me lo ha dato, ora sono talent per Sky e ci sono state chiacchiere con alcune società: sono sicuro che qualcosa si stia muovendo. Spero di ricominciare, ma nessuno potrà restituirmi quello che ho perso». Ha imparato a giocare a biliardo: «Mi ha aiutato perché è uno sport di riflessione, serve pazienza e io dovevo averne tanta. Eppoi posso praticarlo anche con le mie ginocchia rovinate: padel o calcio sono impossibili».