Ieri sera oltre settanta manifestanti pro-Palestina sono stati fermati dalla polizia di New York. Avevano occupato per un breve lasso di tempo una parte della Butler Library della Columbia University. Qualche ora prima, nel campus si era tenuta una massiccia manifestazione in sostegno del popolo palestinese, e alcuni dei partecipanti erano entrati nella biblioteca principale dell’università.
Proprio in quel luogo avevano organizzato un sit-in di protesta. Chiedevano all’amministrazione di sospendere i fondi ad attività che appoggiano Israele e l’invasione della Striscia di Gaza da parte del governo di Netanyahu. Dopo pochi minuti, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nell’edificio, arrestando in blocco i presenti.
Donald Trump contro la Columbia e le altre università
Qualche mese fa, Donald Trump aveva minacciato la Columbia di tagliare quattrocento milioni di fondi pubblici se non avesse ridotto la libertà d’espressione e di protesta degli studenti. Dopo un iniziale botta e risposta, il campus aveva ceduto al ricatto, annunciando nuove regole. Tra queste, spiccano la minore possibilità per il corpo studentesco di organizzare manifestazioni cortei e il divieto ai partecipanti di usare le mascherine per celare la propria identità. È scattata, inoltre, l’autorizzazione per la polizia di entrare liberamente e arrestare gli allievi.
Prima di questo, il presidente aveva fatto finire in manette l’ex studente Mahmoud Khalil, che nel 2024 era stato tra gli organizzatori delle proteste per la Palestina. Khalil ha una “green card”, cioè un permesso di soggiorno permanente, ma questo non lo aveva risparmiato. Anche altri campus statunitensi sono stati presi di mira. Alcuni però, come Harvard, hanno deciso di reagire alle minacce di Trump, non accettando le sue imposizioni.
Federica Checchia
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